Felici diluvi, di Graziano Gala

Pubblicato: 19 ottobre 2018 in Recensioni

Felici diluvi

Felici diluvi Autore: Graziano Gala Genere: Racconti Editore: Musicaos:ed, 2018 Articolo di: Raffaello Ferrante

Marco Poli ci pensa tutte le mattine mentre percorre in lungo e in largo le strade milanesi nel suo giubbotto catarifrangente, svuotando cassonetti e mondando strade. Tutta colpa di quella vocale, una misera vocale differente e avrebbe potuto vantare una parentela o almeno un’omonimia che magari gli avrebbe cambiato la vita. E invece eccolo li, la sua maturità classica pariniana e il suo diploma di pianoforte al conservatorio per un’intemperanza del destino lo hanno portato lì, come ogni giorno su quelle strade umide a ripulire il sedere dei milanesi dai loro scarti. Finché quella mattina qualcosa tra i cumuli d’immondizia si staglia scuro e imponente in pieno corso Sempione. Marco stenta a crederci e si avvicina… Le sette e quarantadue. Nello spogliarsi Domenico Cola si rende conto di quanto imperdonabile sia quel ritardo di due minuti. In auto altro ritardo, macchine incolonnate nel traffico, dita che sbattono sul volante, sul clacson, semafori rossi, pedoni arrabbiati, il quadrante del cruscotto che inesorabile segna le sette e cinquantasei. Poi finalmente il citofono. La vigorosa suonata e il solito silenzio dell’interlocutore. L’eccitazione che inizia a salire, il ritardo oramai passato in secondo piano pregustando quel momento che Domenico Cola considera oramai senza esagerazione fondamentale nella sua vita, più del lavoro al cementificio, più degli stipendi o delle bollette da pagare. La chiave nella toppa e finalmente è in casa, pronto a rinnovare quel gioco perverso che da tre anni ha preso il sopravvento sulla sua stessa vita, ma che quella stessa vita sta per stravolgergli definitivamente… “Se qualunque scrittore italiano, anche tra i pluridecorati, leggesse i racconti di Graziano Gala, e fosse onesto, lascerebbe perdere la penna e aprirebbe una rivendita di sale e tabacchi”. La firma è quella di Cosimo Argentina e un’investitura tanto impegnativa non può certo essere un bluff. Di fatto leggendo questi racconti minimali non si può non riconoscere a Gala, professore pugliese trapiantato a Milano proprio come il suo mentore Argentina, uno stile e una forma che dalle oniriche e cupe atmosfere postmoderne riesce a far sgorgare poesia e bellezza ad ogni capoverso. La speranza, l’ultima chance, il riscatto personale e sociale sono i temi che Gala snocciola e di volta in volta cuce addosso ai suoi carveriani personaggi messi in scena però con stile buzzatiano. Una bella scoperta che grazie al sempre ottimo lavoro di scouting di Luciano Pagano rallegra noi lettori e regala una ventata di ottimismo, un felice diluvio d’emozioni nell’asfittico mondo editoriale.

Annunci

Castigo di dio, di Marcello Introna

Pubblicato: 4 ottobre 2018 in Recensioni
Tag:

 
Castigo di dio

Castigo di dio Autore: Marcello Introna Genere: Romanzo Noir Editore: Mondadori, 2018 Articolo di: Raffaello Ferrante

Bari. 24 luglio 1943. Luca è riuscito a intrufolarsi tra le decadenti spoglie della Socia, l’immenso e fatiscente casermone che domina piazza Luigi di Savoia che ospita come un alveare infetto più di cento anime in pena tra prostitute, orfani, sfollati e poveracci devastati dalla guerra. Sta intervistando Lello, al secolo Raffaele Petrone, uno dei primi inquilini di quel vecchio palazzone nato come innovativo esperimento sociale alla fine del diciannovesimo secolo e ora ridotto a una decadente e putrida latrina infestata da topi. Petrone gli sta spiegando che la Socia è stratificato in quattro piani strutturati come infernali gironi danteschi, con le puttane al primo piano, il vizio al secondo, il camino al terzo e Amaro, il re di quella struttura e probabilmente di Bari intera, all’ultimo. Gli dice anche di sbrigarsi, perché se Amaro scopre che è lì lo ammazza come un cane… La grande masseria della famiglia Morisco a Santeramo in Colle è tutta in fibrillazione per i festeggiamenti in corso per Antonella, la bella dodicenne figlia di Giulio e Serena, che grazie alla guerra e alla borsa nera hanno accumulato un’enorme fortuna. Ad un certo punto però la porta della camera della bambina si spalanca di botto e una mano si posa violentemente sulla bocca di Antonella. La ragazzina, immobilizzata e legata, viene portata di sotto dove Amaro, infilando due carte da cento nella tasca dello zio di Antonella, Claudio, che li ha precedentemente aiutati ad entrare, gli sta ricordando che se il fratello la vuole rivedere viva e vegeta è meglio che torna a fare quello che dice lui… Come ogni mattina il prefetto Nicola Arpino giace sprofondato nella sua poltrona in cuoio avvolto dall’aroma del suo sigaro. Dalla radio le notizie sull’arresto del duce. Non che la fine del fascismo lo preoccupi particolarmente. Intanto a ventiquattr’ore dal crollo del regime ancora nessuno è andato a reclamare l’enorme palazzo di via De Giosa di cui Arpino s’è impossessato con un esproprio. Ha convocato Amaro per affidargli il compito di randellare per bene con qualche suo amico e altri camerati il corteo che di li a poco sarebbe passato davanti alla sede del partito… Il giorno dopo l’approvazione della mozione Grandi che avrebbe innescato la caduta del fascismo e l’ordine di arresto nei confronti di Mussolini, in una Bari livida e traumatizzata dal devastante conflitto mondiale, la brezza fresca e liberatoria dell’alba di una nuova era sembra ancora ben lontana da venire. Vari personaggi infatti tengono la città pugliese ancora in perenne e violento ostaggio. Su tutti Amaro, boss incontrastato che della Socia ‒ il fatiscente palazzone popolare traboccante di umanità putrida e disperata ‒ ha fatto il suo quartier generale per traffici illeciti che spaziano dalla prostituzione allo spaccio di morfina, dalla pedofilia al rapimento della figlia di un suo vecchio compare di affari sporchi nella Borsa nera, fino alle azioni squadriste agli ordini del corrotto prefetto Arpino. Tutto sembra non lasciare scampo, ma qualche germoglio in quel degradato palazzo che tutti fingono di non vedere e nella Bari ferita sembra riuscito comunque a germogliare. Come Anna, la puttana letterata che con il suo sapere e la sua dignità accudisce e cresce i due piccoli orfani Lorenzo e Francesco. Oppure come Luca, che attraverso le sue inchieste giornalistiche prova a scoperchiare il vaso di Pandora del capoluogo pugliese. O come il commissario Michele De Santis, stanco delle sopraffazioni e dei soprusi vessatori di Amaro. O come il fabbro Salvio, che nell’amore troverà la forza di sfidare l’insfidabile. Un noir durissimo questo secondo romanzo di Introna, che disegna un’umanità malata, cinica, avida, corrotta, dove pochi puri si salvano e che non lascia molta speranza di salvezza e redenzione. Un castigo di Dio che si abbatte sull’intera umanità che come lo stesso Introna ha dichiarato, è specchio fedele anche della realtà attuale, dove semmai pesa persino l’aggravante di non esserci nemmeno la guerra a dare quella effimera parvenza consolatoria di giustificazione. Un romanzo spietato e crudele, intriso di realismo e di alcune chicche che lo scrittore ha disseminato qua e la, inserendo personaggi reali o ispirati a persone realmente esistite, come l’omaggio a quel Lorenzo Varichina ben noto ai baresi over 40.

Nessuno è buono, di Michele Sciscio

Pubblicato: 20 settembre 2018 in Recensioni
Tag:

Nessuno è buono

Nessuno è buono Autore: Michele Sciscio Genere: Romanzo Noir Editore: goWare, 2017 Articolo di: Raffaello Ferrante

Carcere di Margherita di Savoia, ottobre inoltrato. L’ex professore di Latino Gualtiero Covella ha appena terminato di scontare i suoi cinque anni di galera per rapina ed ora può finalmente ritornare ad assaporare l’ebbrezza della libertà. Non è stata un’infanzia semplice la sua: vittima di un padre alcolizzato e manesco, l’uomo è cresciuto sotto l’ala protettrice di sua madre, donna dimessa che ha sacrificato la propria esistenza pur di non far mancare niente al figlio. Così lo studio, i buoni voti, la laurea e poi la cattedra d’insegnante del figlio erano stati per lei il riscatto sociale di chi era nato e vissuto sempre e soltanto ai margini. Ma un giorno l’illuminazione. Mentre è in classe Gualtiero vede dalla finestra dell’aula un portavalori davanti ad una banca. Lì capisce che la sua mediocre vita tra i banchi a spiegare Latino e ad attendere soltanto la pensione non fa per lui. Così da quel pensiero alla prima rapina il passo è breve, fino a quella fatidica mattina in cui qualcuno “se l’è cantato” facendolo arrestare. Ma ora non è più tempo di rimuginare sul passato e sulle possibili vendette. Anche perché in spiaggia c’è Pilato ‒ un delinquentello che in paese ha accumulato una fortuna con il racket delle scommesse clandestine ‒ ad attenderlo, pronto con un nuovo lavoro. Una rappresaglia contro un piccolo pesce della zona che da qualche tempo sta alzando troppo la cresta. Gualtiero non si scompone ed esegue come un perfetto sicario, ma la seconda missione commissionatagli da Pilato porta l’asticella parecchio al di sopra delle loro possibilità. Questa volta la vittima è un deputato della Repubblica italiana… Probabilmente influenzato dalla torbida e controversa vicenda di David Rossi, il manager del Monte Paschi di Siena ritrovato morto nel cortile della sede dell’istituto di credito toscano, Michele Sciscio, insegnante come il suo antieroe Gualtiero, mette in scena un convincente ed avvincente noir in salsa pugliese. L’ironico e disilluso ex professore di Latino passato al crimine per riscattare la sua mediocre esistenza finisce dopo aver espiato la sua pena per rapina in un giro troppo più grande di lui dove si mischiano e intrecciano rapporti finanziari, ecclesiastici, statali e di sette segrete, fino all’imprevedibile finale. Buona la prima insomma, per il giovane scrittore cerignolese.


Da lontano sembrano mosche

Da lontano sembrano mosche Autore: Kike Ferrari Traduzione di: Pino Cacucci Genere: Romanzo Noir Editore: Feltrinelli, 2018 Articolo di: Raffaello Ferrante

Buenos Aires. In una lussuosissima stanza dell’Imperio il cono di luce dell’alba che filtra tra le tende dischiuse va dritto a morire sui boccoli biondi che la ragazza accovacciata tra le gambe del signor Machi comincia a muovere a ritmo sempre più serrato. Il signor Machi inarca la schiena sulla poltrona in pelle e le affonda una mano tra i capelli mentre arriva a compimento del suo piacere. Poi dopo gli spasmi scosta la bionda da sé e si accende un Montecristo espirandone godurioso anelli di fumo in controluce. La ragazza si prepara qualche striscia di coca, poi lascia la stanza sculettando. Lui osservandole ancora voglioso il culo chiama Mirta, sua moglie, avvisandola che sta tornando a casa per la colazione. La donna risponde sarcastica ma lui ha già buttato giù. Di sotto il gorilla con la testa rasata che è di guardia al garage dell’Imperio gli porge le chiavi della sua BMW. Avvolto nel sedile che sembra raso sulle sue natiche, dopo aver preso dal cruscotto i suoi occhiali da sole Versace, il signor Machi pensa che il successo dev’essere proprio qualcosa che assomiglia a questo. Una BMW sotto il culo, una troia all’alba che ti spompina come un’assatanata mentre aspiri un delizioso Montecristo, il potersi tirare la miglior coca del Sud America, tutto sommato persino quella rompicoglioni di sua moglie Mirta. Pensa a tutto questo, imboccando la Panamericana. Poi di colpo un sobbalzo dell’auto, un leggero inarcarsi verso destra. Deve aver certamente forato. Accosta già imprecando per quel contrattempo e avvisa immediatamente l’assicurazione di mandargli un carro attrezzi. Scende dalla berlina e vede quattro chiodi infilati nella ruota anteriore. Qualcosa comincia a non tornargli. Prende dal cruscotto la sua Glock .45 poi apre il bagagliaio per prendere il caricatore. Ed è proprio in quel momento che scorge la figura di quell’uomo raggomitolato, con il viso sfigurato. Il sangue è dappertutto. Da che diavolo di distanza gli possono aver sparato per ridurgli i lineamenti così? Da quanto sarà morto? Ma sopratutto che diavolo ci fa quel cadavere nella sua BMW da duecentocinquantamila dollari? Lo scrittore argentino Kike Ferrari, che con questo romanzo prima di approdare a Feltrinelli era già apparso in Italia grazie ad una piccola casa editrice indipendente ‒ la Pensa Multimedia ‒, è ormai noto invece sopratutto per la sua bukowskiana vita privata, divisa fra il suo lavoro diurno come addetto alle pulizie della metropolitana di Buenos Aires e quello notturno di scrittore. Ma al di là di questa curiosità, c’è da dire che la sua scrittura è puro tritolo pronto a detonarti tra le mani al primo impercettibile scossone. Proprio come il suo cavalier Machi, quintessenza e personificazione di un’Argentina marcia, nella quale i nuovi ricchi hanno fatto soldi a palate grazie a giri illeciti, politici corrotti e affari sporchi, mentre tra i barrios si spara per un nonnulla e la coca scorre a fiumi. Il signor Machi è un personaggio impregnato di arrivismo, coca e viagra fino al midollo, un uomo che ha costruito il suo impero senza badare troppo a quali mani ha dovuto stringere, accecato dal solo obiettivo di arrivare più in alto e il più in fretta possibile. Eppure questa montagna d’avorio che si è costruito intorno dove son tutti ai suoi piedi, dove tutto è merce acquistabile, un giorno per un insignificante e banale incidente rischia di mandargli il giocattolo in tilt. Il cadavere sfigurato che giace nella sua BMW non è infatti faccenda da poter risolvere a suon di bigliettoni. Tocca rimboccarsi le maniche e affondare le mani lì dove il pericolo è reale, dove si ammazza per uno sguardo sbagliato, dove chi sbaglia non torna più indietro.

Dublino 90, di Francesco Scarrone

Pubblicato: 12 luglio 2018 in Recensioni
Tag:

Dublino 90
Autore: Francesco Scarrone
Genere: Romanzo
Editore: Rogas, 2017
Articolo di: Raffaello Ferrante

Anni ’90. Al Walsh’s Pub di Mannor Street a Dublino, davanti a un paio di drink, Bob McDermot sta provando in tutti i modi a convincere l’ormai ex calciatore Ted Sullivan ‒ in nome della vecchia amicizia che li lega ‒ a ritornare in pista. Ted ha smesso da troppo tempo però, dopo la maxi squalifica che l’ha colpito e alla vita da atleta ha sostituito presto quella da pub. Impensabile tornare ad una forma anche solo decente per indossare una divisa da calcio con tutta quella pancia, quei cocktail e quelle sigarette. Ma come fai a tradire un amico quando lo vedi camminare sull’orlo del precipizio? E così dopo più di tre anni Ted si ritrova con la sua auto nel posteggio del campo con l’adrenalina a mille a schizzargli in corpo. Quanto tempo ha sognato in fondo quel momento? Quante volte ha desiderato riprendersi quanto gli è stato tolto? Eppure ora che è li, la mano sulla portiera sembra quasi bloccata, incapace di aprire quel maledettissimo sportello…
Francesco Scarrone scrive per cinema e teatro: e si sente. La sua scrittura in presa diretta, guizzante, ritmata, con dialoghi fulminei, ficcanti, infarciti sempre di gustosissimo sarcasmo si adatterebbe splendidamente ad una sceneggiatura. Il suo bukowskiano Ted Sullivan suscita fin dal primo drink una contagiosa e irrefrenabile empatia e simpatia e non si vede l’ora di seguirne le improbabili e memorabili gesta, partendo proprio dal suo capolinea calcistico dove la squalifica a vita per aver truccato una partita l’ha relegato, e da dove l’ostinato e disperato Bob McDermot prova a stanarlo per non finire triturato nel baratro finanziario di banche, commercialisti e debiti che gli si spalancherebbe davanti in caso di retrocessione della sua sgangherata squadra. Un romanzo spassosissimo sul calcio ma non solo, da gustare ben oltre i novanta minuti regolamentari!

Il gioco, di Carlo D’Amicis

Pubblicato: 21 giugno 2018 in Recensioni
Tag:

Il gioco
Autore: Carlo D’Amicis
Genere: Romanzo
Editore: Mondadori, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

L’intervistatore è pronto. Leonardo, il bull, è di fronte a lui ma si lamenta subito della luce da lui definita impudica. Dopo che lo scrittore ha preso un’abat-jour l’intervistato pare sentirsi più a suo agio, seduto con braccia conserte intento a osservare il registratore a cassette pronto a imprimere su nastro ogni sua parola. La prima domanda per Mr Wolf: definire chi è un bull, è forse la più semplice, o forse no. L’uomo ci pensa un po’ su, poi dice che il bull è semplicemente un maschio dominante che sottomette cornuti consenzienti scopandosi le loro femmine. Ma questa senza dubbio è solo la risposta più brutale al bisogno d’indecenza che permeava la domanda del suo interlocutore. In realtà le virtù di un bull sono le stesse elencate nell’antico codice dei samurai: risolutezza, generosità, fermezza d’animo, magnanimità e umanità, e provengono da molto lontano… Eva, la sweet, raggiunge la stanza accompagnata dal suo decrepito cagnolino. A differenza del bull dice di non sopportare la penombra, di amare viceversa le stanze piene di luce. Ha indosso una tuta e strani fili d’erba tra i capelli. Bella lo è certamente e si affretta a rispondere anche lei alla prima domanda di rito, definendo una sweet come una geisha certamente, ma sempre col timone del comando ben stretto in pugno. Racconta che tutto ha avuto inizio vent’anni prima, grazie al club priveé che gestisce con il suo bull Leonardo e con suo marito Giorgio, detto il Presidente, il cuckold del loro contratto ludico… Il terzo giorno l’intervistato sente prestissimo il campanello. Un uomo sulla settantina gli si palesa davanti. Il dottor Leonardo Spina entra nell’appartamento, facendosi teatralmente largo. Chiede un caffè e l’intervistatore, dopo averglielo offerto, fa partire la registrazione. E lui stavolta sorseggiando il suo espresso amaro con iniziale autocommiserazione, a spiegargli cos’è in realtà un cuckold e come sia arrivato lui a cedere volontariamente il corpo di sua moglie al concupiscente desiderio altrui…Lui, lei, l’altro. Potrebbe sembrare il più classico degli incipit di un qualsiasi B movie anni ’80 con Banfi, Montagnani e la Fenech e invece è l’innesco da cui lo scrittore e autore (Quante Storie, Rai 3, Farenheit, Radio 3) tarantino ma oramai romano d’adozione Carlo D’Amicis fa sgorgare ‒ verrebbe quasi facile dire eiaculare ‒, il suo lavoro letterario più compiuto, la sua personale e visionaria opera definitiva sul sesso. O meglio più che sul sesso ‒ come la scrittura esplicita e il tema ingannando potrebbero far credere ‒ sul desiderio, sulle sue mille turbolente e dolorose declinazioni. Ma più in generale qui siamo di fronte ad un romanzo sull’animo umano, sulla fragilità dei rapporti di coppia e non, sulle debolezze e oscene meschinità che vi si innescano, sulla fascinazione del potere e sull’affermazione o negazione di esso, sulla libertà e sul possesso. Sopratutto sul dolore. Perché è questo il cardine delle vicende dei tre protagonisti, marchiati a fuoco e indissolubilmente legati da questo pluriventennale gioco di ruolo erotico che li coinvolge e stravolge (chi appartiene a chi?), un gioco dalle regole ferree e insindacabili al quale è impossibile sottrarsi. E la bravura di D’Amicis è stata da un lato nell’atto stesso di compiere questa scivolosa operazione – scrivere un romanzo sul desiderio e sul sesso oggi, per com’è rappresentato, relegato a macchietta trash in spot di vernici o nel migliore dei casi avvilito nelle varie e multicolori sfumature come gadget “acchiappacougar” all’ultima chiamata, è certamente operazione estremamente complicata rispetto ad una cinquantina d’anni fa ‒, dall’altro nel riuscire a mantenere la tensione psicologica della struttura narrativa (un’intervista di uno scrittore ai protagonisti del ménage à trois, per l’appunto il bull, la sweet e il cuckold) per la bellezza di oltre cinquecento pagine che viceversa ti scivolano addosso come e meglio di un paio di lenzuola di seta o di autoreggenti sfilate ad arte, relegando il lettore a morboso voyeur ma sopratutto a (in)consapevole quarto giocatore di questo conturbante, doloroso e scabroso gioco erotico chiamato vita.

Glock 17, di Emanuele Bissattini

Pubblicato: 7 giugno 2018 in Recensioni
Tag:

Glock 17
Autore: Emanuele Bissattini
Genere: Romanzo Noir
Editore: Round Robin, 2017
Articolo di: Raffaello Ferrante

La canna della Glock 17 nove millimetri è proprio lì, in mezzo ai suoi occhi. Carmine non è certo la prima volta che si trova in quella situazione. Infatti non fa una piega, reagisce calmo, fin troppo tranquillo. Dice al ragazzo di metterla giù, di non fare cazzate che così non si farà male nessuno, che sta sbagliando obiettivo se ha deciso di rapinare proprio lui, Carmine Brugliato, il boss di Primavalle. L’appartamento che usa per quegli incontri di piacere è sprofondato nel silenzio, la cucina è vecchia, zozza e maleodorante di cibo incrostato. Il primo proiettile l’uomo glielo conficca dritto nella coscia. Ora Carmine urla. Il ragazzo non scherza più e lo avvisa che sta per morire. E sta per morire con la stessa pistola che ha usato suo padre tirandosi un colpo in testa dopo che lui, Carmine, dieci anni fa ha violentato sua madre proprio davanti ai suoi occhi. Ma il boss ora sembra annaspare tra i ricordi, non sa riannodare i fili. Voleva solo scoparsi quella giovane checca e godersi un po’ di coca in santa pace, non capisce quel finale, non ora. Gli offre più soldi, non realizza, gli ribadisce che sta facendo un grosso errore, il più grosso della sua vita, glielo dice mentre il ragazzo gli apre la fronte con un secondo colpo, secco, dritto in mezzo agli occhi. Solo quando sente le sirene l’uomo lascia quel fetido appartamento… L’officina di Ettore detto il Gatto è in perfetto ordine, come sempre. L’uomo gli si piazza proprio davanti mentre è intento a smontare il serbatoio della Speed Triple 955i del 2004 che ha sistemato sul ponte. Quello continua a rimanere in silenzio di fronte a lui. A guardarlo sembrerebbe tipo un geometra, un economista, così ingessato nel suo rassicurante vestito blu. Dopo un po’ finalmente parla e gli dice di essere Francesco Ballarini e di avere le ore contate. Ha una borsa piena di soldi. Cura gli affari di Don Luigi Zurlo, il “capobastone” di San Basilio, un cane sciolto e pazzo che deve assolutamente eliminare, e per farlo ha bisogno di lui. Ettore gli ride in faccia e gli ordina di andarsene. Non capisce che c’entra lui con quella sua storia del cazzo. Poi sente dal fondo del locale la risata di quel pazzo di Sigmund, un mercenario ex combattente durante la guerra del Kippur, ora, con il nome de “Il Tedesco”, suo braccio destro nella cura dei suoi loschi affari. Intima al tipo di spiegarsi bene con Ettore e quello gli dice che da alcune vecchie transazioni di vent’anni prima è venuto fuori il nome di una donna che sta cercando ma sopratutto quello di un vecchio socio di Zurlo, che a lui sicuramente qualcosa ricorderà: Carmine Brugliato…
Nerissimo esordio narrativo per Emanuele Bissattini, già giornalista d’inchiesta per “l’Espresso”, “il manifesto” e “Il Messaggero”, esperienza che certamente s’è trascinato dietro visto che l’odore acre della periferia impregna ogni pagina di questo suo primo, lucidissimo lavoro. Un noir incalzante sul ricordo, sull’amore spezzato, sulla voglia di riscatto, sul dolore ma sopratutto sulla vendetta. Queste le sfumature dentro le quali Ettore detto Il Gatto è costretto a destreggiarsi, dopo che a sei anni ha visto violentare sua madre e sparare un colpo in testa a suo padre. Oggi accanto a lui solo la vecchia Glock 17 e Sigmund il Tedesco, un mercenario che ha perso moglie e figlia durante un attentato commesso per punire lui. Ma il Gatto sa come ridare ordine alle cose, ha pazienza, esattamente come già fa nella sua officina dove ogni cosa è sistemata con precisione chirurgica al suo posto. Deve solo saper aspettare il momento giusto. E quel momento puntualmente arriva, sotto le spoglie del broker della mala Francesco Ballarini che riapre un squarcio fatale sul suo passato, una ferita mortale con la quale ora può finalmente e definitivamente fare i conti.


iltrequartistaIl trequartista non sarà mai un giocatore completo
Autore: Gianvittorio Randaccio
Genere: Racconti
Editore: ItaloSvevo, 2017
Articolo di: Raffaello Ferrante

Le parole sono importanti e se le sai ascoltare bene lasciano la scia. Anche quando pensi e ti concentri subito su qualcosa d’altro, se poni bene attenzione, loro son sempre lì. Persino nelle telecronache delle partite di calcio succede. Sembra impossibile ma se si pone attenzione ce ne si accorge. Un vero fuoriclasse tra i telecronisti in questo ambito è Mino Fucecchio. Lui è un ex calciatore e durante le telecronache, coadiuvato dal vero telecronista Bonfanti, dispensa parole con la scia a profusione. Tanto che ha cominciato a fare scuola anche fra altri ex calciatori e ora commentatori tecnici, su cui le tv sportive oramai investono sempre più a caccia di vere star. Ma Fucecchio per ora e chissà per quanto con le sue parole con la scia resta l’indiscusso numero uno… Giacinto Fizzoni, il suo allenatore, continua a rimproverarlo. Non può continuare a giocare in maniera così corretta. Lui in effetti ne è consapevole. Quando un avversario lo salta non riesce proprio a falciarlo come gli chiede il mister. Una volta però ha provato ad accontentarlo provando anche lui a mettere in atto il proverbiale “fallo tattico”… Inutile negarlo. Il quadro svedese è indubbiamente una delle grandi passioni dei calciatori. Spesso quando c’è brutto tempo e sono costretti a svolgere gli allenamenti al chiuso, non appena arrivano in palestra e lo vedono, i calciatori cominciano a darsi di gomito, a sorridere, quasi avessero davanti agli occhi una cosa proibita. Ed è bellissimo vederli li, tutti appollaiati, come uccellini sui rami di un albero, finché non arrivano gli allenatori a farli scendere…
Gianvittorio Randaccio è al suo esordio narrativo e senza dubbio con questa opera minimale e spassosa centra il bersaglio. Con una scrittura paradossale, quasi favolistica, oserei dire “rodariana”, Randaccio racconta la bellezza del gioco del calcio dal suo personalissimo e originale punto di vista. Con raccontini brevissimi e paradossali, e aforismi ficcanti, Randaccio gioca con il meta-linguaggio calcistico osservando come il calcio sia diventato negli anni ‒ sopratutto da quando è diventato uno sport mediatico ‒ una lingua volontariamente delirante, nella quale l’esasperazione degli stereotipi, dei luoghi comuni va a braccetto con un intrattenimento dal fascino supremo. Dove si può tranquillamente affermare che “Il doping, tra le altre cose, è un gerundio” o che “I tifosi del Crotone sono quasi tutti calabresi”.


Il goal più bello è stato un passaggio
Autore: Jean-Claude Michéa
Traduzione di: Roberto Boi
Genere: Saggio Sport
Editore: Neri Pozza, 2017
Articolo di: Raffaello Ferrante

Se le antiche forme di dominio politico lasciavano che segmenti interi della vita individuale e sociale esistessero al di fuori di esso, con il capitalismo si è assistito all’esatto contrario. Sono proprio le manifestazioni esterne che ad esso sfuggono a dover essere piegate alle sue leggi. Ovvio che un fenomeno di massa come il calcio quindi non sia sfuggito a questo graduale processo di “vampirizzazione”. E infatti è sotto gli occhi di tutti come nell’industria mondiale del divertimento il calcio sia oramai da un lato fonte di profitto inesauribile, dall’altro un efficace strumento di soft power, in poche parole il vecchio caro “oppio dei popoli”. Ciò non deve però far credere che il calcio e tutto il suo circo mediatico ed emozionale possano essere ridotti alle mere teorie meccanicistiche di Jean-Marie Brohm. Questo perché non si può certo dimenticare che l’industria del divertimento agisce da sempre secondo un proprio doppio binario. Da un lato spinge al limite la produzione e l’invenzione di prodotti sempre nuovi e appetitosi per il mercato, dall’altro deve necessariamente tendere a recuperare tutta una serie di elementi provenienti dalle diverse culture popolari preesistenti. Questo le permette di sfuggire all’utilitarismo liberista e alla sua ossessione per la redditività ad ogni costo. Dunque l’industria pallonara è sì oggi “oppio dei popoli”, ma resta pur sempre quello che Antonio Gramsci considerava come un “regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta”. Ma è davvero così?
Il filosofo francese Jean-Claude Michéa raccoglie in questo snello e breve saggio tutti i suoi scritti e le sue disquisizioni in materia calcistica Si tratta di varie riflessioni elaborate per diverse occasioni ma tutte volte a rendere omaggio a quella straordinaria e viscerale passione capace come nessun altra di conquistare e coinvolge trasversalmente l’intera umanità. Lui cerca così da un lato di analizzare dal punto di vista filosofico e sociologico l’origine di questo sport operaio tanto popolare e le sue diverse implicazioni anche attraverso i tormentati rapporti con le élite di intellettuali che di volta in volta vi si sono accostati. Dall’altro prova a scagionarlo dalle accuse di essere oramai solo un’arma di distrazione di massa, quell’oppio dei popoli strategicamente dato in pasto alla massa/prodotto dalle società capitalistiche moderne. Perché se anche il calcio moderno è improntato solo ed esclusivamente al risultato, ci sarà pur sempre la giocata, il guizzo, la poesia di una serpentina di un estroso campione capace di scaldare i cuori a spezzare la fredda logica del profitto. Proprio come quell’Eric Cantona, geniale ex calciatore transalpino, citato non a caso nel titolo di questo interessante saggio.


Cosimo Argentina: per il Taranto in A pellegrinaggio a casa di Sciannimanico
Articolo di: Raffaello Ferrante

Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine…e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Classe ‘63, tarantino di nascita e fede – ma vivendo a Milano da anni di fede anche rossonera -, ex calciatore (semi professionista) e ora scrittore (professionista) Cosimo Argentina è il maschio adulto solitario del panorama letterario italiano. Uno impastato e cresciuto a pane, calcio e letteratura. Chi meglio di lui dunque come ospite del nostro spazio in bilico tra parole e pallone?

Per fare il figo à la Gianni Mura volevo iniziare l’intervista cercando un parallelismo tra la tua narrativa e l’ars pedatoria di qualche ex calciatore. Ma siccome nonostante la barba bianca non sono Gianni Mura non m’è venuto in mente nessuno che unisse la ferocia gattusiana delle tue parole incise con lo scalpello al talento cristallino baggesco della tua prosa mischiata all’outsiderismo (si dice?) antidivistico del tuo vivere la vita e la carriera da scrittore, diciamo à la Darione Hubner. Ce l’hai tu qualche calciatore nel cui modo di stare in campo rivedi il tuo modo di scrivere e riprodurre il mondo che ti circonda?
Se dovessi esagerare direi Éric Cantona. Era un duro, ma sapeva quello che faceva, con la palla tra i piedi. Se dovessi trovare un’alternativa Nestor Combin, un franco argentino che giocò nel Milan nel Torino, nella Juve e nella Fiorentina, un vero combattente massacrato durante la finale di coppa Intercontinentale dai suoi connazionali dell’Estudiantes. A scendere di livello ti dico Alan Minter, ma mi sa che quello era un pugile sicché non vale. A scendere ancora ti dico Angelo Frappampina.

Sei stato calciatore semi professionista arrivando alle soglie della prima squadra ‒ dividendo per altro la retroguardia rossoblu con il grande Angelo Gregucci. È nato dunque prima l’Argentina calciatore dello scrittore?
Senza dubbio. Vivevo col pallone sotto il braccio, fin da piccolo. Non leggevo altro che la Bibbia Album Figurine Panini, potevo citarti a memoria la carriera di Roberto Antonelli da Morbegno e l’albo d’oro della Mitropa Cup. Per scrivere ci vuole la distanza giusta e io al tempo ero impegnato a vivere e vivere voleva dire consumare la scarpe sotto casa, cercare uno sterrato in periferia e fare il tocco per le squadre. Far cucire a mia madre il numero cinque su una slabbrata maglietta blu con risvolti gialli o imitare una discesa di Pasinato sulla fascia destra. La scrittura e la lettura sarebbero arrivate dopo, molto dopo.

Ti sei mai pentito di esserti fermato a un passo dal professionismo?
No. Guardando scendere in campo altri come ad esempio, per citare quelli con cui ho avuto la ventura di giocare, Gregucci e Progna, devo ammettere che erano di un altro livello. Io ero un buon difensore, ma c’è un punto oltre il quale quelli davvero bravi si staccano dalla massa ed emergono e io non avevo le carte in regola per arrivare. Dopo i fasti iniziali ho fatto un po’ di seconda e terza categoria, ma in una mediocritas assoluta.

Cosa ha rappresentato il calcio per te da bambino, da ragazzo e ora?
Da bambino il gioco, da ragazzo tutto. Tutto vuol dire arrivare a scuola ai salesiani un’ora prima, cioè alle sette e mezzo, per poter giocare con due porte vere. Vuol dire chiedere alla propria ragazzina posso chiamarti Alviero Chiorri? Preparare le trasferte con i tifosi del Taranto e via discorrendo. Oggi il calcio lo seguo, ma con un po’ di distacco. Ma se c’è una partita me la vedo, anche se è il posticipo di serie C o il campionato juniores. Oggi apprezzo il gesto tecnico, il lato agonistico, nonostante il distacco citato, mi emoziona ancora, questo gioco. Arrivando a San Siro per la partita di addio di Marco Van Basten ho provato i brividi come da ragazzino. Oggi nel sentire i critici farfugliare di tattiche e litigare su un rigore mi rompo le palle perché se sei sul rettangolo verde è tutta un’altra storia. Gli sportivi da divano mi annoiano.

Il tuo primo ricordo da tifoso a quando risale?
Nel 1969 mio zio mi portò a vedere un Taranto-Catania zero a zero. Partita noiosa, ma a dieci minuti dalla fine l’ala sinistra del Taranto, Bruno Beretti, si lanciò a volo d’angelo su un traversone in area e prese la palla di testa. Il cuoio impattò contro la traversa. Mi sembrò un gesto bellissimo e vidi che la gente si era emozionata e sentii quell’uhuuu che per me è più esaltante dell’urlo goool. Quello è il primo ricordo.

Il calcio come la letteratura è capace di raccontare e scandire le grandi emozioni della nostra vita. È per questo che compare spesso nei tuoi romanzi?
Perché è la metafora del combattimento. Chi non ha fatto la guerra, come scrittore, perde un 45% della sua forza narrativa. Il calcio porta acqua al mulino della disputa. E poi narro spesso di chi sono e chi sono stato e cosa avevo intorno e intorno a me spesso c’era il calcio foss’anche ascoltare mio padre e mio zio che bestemmiavano guardando il derby di Milano alla televisione.

Dimmi il tuo undici calcistico e quello letterario ideale…
Mah, sono umorale e cambierei idea da un giorno all’altro, ma ci provo. Albertosi, Carlos Alberto, Maldini (o Cabrini), Pirlo, Krol, Beckenbauer, Cantona, Neeskens, Cruijff, Maradona (Pelé, Messi), Cristiano Ronaldo, ma potrei comporre altre sette formazioni, a dire il vero, perché lascio fuori troppi fenomeni come Platini, Zidane, Van Basten, Rivera, Mazzola padre e Mazzola figlio, Baggio, Sivori e tutta l’Olanda degli anni Settanta, Alfredo Di Stefano… In letteratura… Gabriel Garcia Márquez, Dostoevskij, Conrad, Edgar Allan Poe, Bukowski, Philip Dick, Kafka, Céline, Hemingway, Pessoa (o Mario Rigoni Stern) e Cormac McCarthy. Ma anche qui restano fuori in troppi.

E i tuoi 90 minuti memorabili?
20 novembre 1977, serie B, Taranto-Bari 1-0. Rete al 73’ di Erasmo Iacovone.

Da bambino poster in camera di?
Vari nei vari anni. Gigantografia di Gianni Rivera presa da “Forza Milan”. Poster dell’Italia degli europei dell’80, poster di Jan Tomaszewski, poster di Rudy Krol, poster dell’Olanda 1974, poster di Luciano Chiarugi che segna da calcio d’angolo, gigantografia di Mario Kempes e immagino altri ancora.

Conservi qualche cimelio dei tuoi anni da tifoso?
Sì, il gagliardetto del Taranto calcio e quello del Monza che si scambiarono a centrocampo Ruben Buriani, capitano del Monza e Cicciobello Nardello sul finire degli anni Settanta. Pallone di cuoio di un Taranto-Pescara di coppa Italia risolta nel finale da Federico Caputi. Autografi dei calciatori del Taranto degli anni ‘70. L’autografo di Eusebio che incontrai in Angola. Gli album Panini di quattro cinque anni. Tagliandi vari di partite del passato tra cui un Milan-Inter 6 a 0. La sciarpa della Fossa dei Leoni, il primo gruppo organizzato di ultras, datata 1970… anzi no, la sciarpa della Fossa l’ho regalata a un alunno cinque anni fa perché avevo incontrato un quindicenne più malato di me di calcio e allora meritava di averlo lui, il cimelio, un simbolico passaggio di consegne.

Taranto in serie A. Cosimo Argentina disposto a…?
Scrivo la biografia di Sant’Agostino e porto la prima copia firmata (solo da me visto che Sant’Agostino ha tirato le cuoia da un pezzo) ‒ andandoci a piedi ‒ fino a casa di Arcangelo Sciannimanico, dovunque abiti.

I LIBRI DI COSIMO ARGENTINA