REDENZIONE di Smith Henderson

Pubblicato: 17 novembre 2017 in Recensioni
Tag:

REDENZIONE
AUTORE: Smith Henderson
TRADUZIONE DI: Paola Brusasco
GENERE: Romanzo
EDITORE: Einaudi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Tenmile, Montana, anni Ottanta. Pemberton, il preside della scuola locale di quella piccola comunità di ex minatori e boscaioli, ha allertato Pete Snow, l’assistente sociale della zona. C’è questo ragazzino vestito di stracci che è stato visto dagli altri ragazzi gironzolare con fare sospetto nei pressi della scuola. Ora, dopo avergli pure morso una mano, è in compagnia dell’infermiera e pare essersi calmato. Ma con loro non pare voler proprio parlare. Pete accorre subito. Il bambino a prima vista sembra un selvaggio: denutrito, vestito di pantaloni militari e un maglione largo pieno di buchi. Ai piedi un paio di enormi scarponi. Non s’è fatto visitare ma l’infermiera ha detto che è malnutrito, ha infezioni sui piedi, puzza come un cane randagio e ha contratto probabilmente lo scorbuto. Andrebbe nutrito, lavato e sopratutto visitato. Per questo l’infermiera lascia a Pete il numero di un vecchio pediatra della zona. Pete chiede ai due di rimanere solo col ragazzo. Ha undici anni ma ne dimostra meno, si chiama Benjamin e non è della città. Pete si offre di riaccompagnarlo a casa dai suoi genitori. Prima però passa in farmacia a prendergli qualche vitamina e in un negozio per comprargli un giaccone e dei vestiti puliti. Ma il bambino si rifiuta di indossarli e scoppia in lacrime dicendo che non li vuole, che il padre non vorrebbe. Poi però cede e li indossa. Abitano a nord di Tenmile, tra i fitti boschi sui monti Purcell. Benjamin però non sa indicare a Pete nessuna strada convenzionale per effettuare il percorso a ritroso verso casa sua. Vagano così per ore finché non trovano un punto che il ragazzo riconosce. Scendono dall’auto che è ormai quasi sera e s’incamminano su per il sentiero. Mentre Pete si arrampica all’interno di quella foresta che si fa sempre più fitta preparandosi il discorso per i genitori, sente dire al ragazzo che il padre sta arrivando. Pete non fa in tempo a voltarsi per cercarlo con gli occhi che sente rimbombare nella valle silenziosa il tuono di un sparo…
Poco più che quarantenne, Smith Henderson ‒ ex copywriter e sceneggiatore di serie tv ‒ si cimenta qui con il suo monumentale esordio letterario. Un’opera di oltre cinquecento pagine che, va detto, non coglie pienamente il bersaglio, soprattutto per l’eccessiva e non sempre giustificata lunghezza – che spesso trasborda in prolissità – ma che ha una sua innegabile potenza letteraria e spessore narrativo, oltre che sociale. Perché il velo di Maya che Henderson solleva è su uno di quei dolorosi temi che fanno certamente male e colgono nel segno. Pete, il suo assistente sociale che si inerpica nelle desolata e immense foreste innevate del Montana, è nel suo lavoro quasi un missionario. Idealista e meticoloso, insegue e segue i “suoi” ragazzi con una dedizione maniacale e un trasporto che va ben oltre il protocollo che la professione richiederebbe. La redenzione che prova a consegnare ai suoi piccoli e disagiati assistiti è anche la sua, visto che nel privato Pete ‒ a dispetto del cognome Snow ‒ è in realtà esattamente come loro, un disagiato incapace di fare i conti con le proprie ossessioni e deviazioni. L’anarchia con la quale si trova a combattere è anche la sua, le voci strozzate, flebili, capaci di urlare rabbia e disperazione sono esattamente come quelle della sua anima con cui da anni combatte. Eppure sia nel pubblico che nel privato Pete usa la stessa dedizione, lo stesso impegno, la stessa caparbietà nella ricerca di una redenzione forse impossibile da trovare su questa terra, su quella terra aspra e dimenticata da Dio. Una società e una socialità chiusa, allo sbando, autolesionista fino al paradosso dell’eremitaggio in cui il padre di Benjamin ha deciso di rifugiarsi per combattere la sua personale battaglia, incapace di connettersi in maniera costruttiva all’interno della stessa comunità ma anche col mondo esterno e con l’autorità, spesso sorda e inerme. Un magma interiore ed esteriore che Henderson padroneggia ma non fino in fondo lasciandoci comunque testimoni di un’opera di alto livello, una denuncia forte, cruda, aspra come un urlo silenzioso e delicato allo stesso tempo impossibile da ignorare.

Annunci

GB 84, di David Peace

Pubblicato: 18 ottobre 2017 in Recensioni
Tag:

GB 84
AUTORE: David Peace
TRADUZIONE DI: Marco Pensante
GENERE: Romanzo
EDITORE: Il Saggiatore, 2009
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Marzo 1984, sud dello Yorkshire. Cath sveglia Martin. Cortonwood chiude. Non c’è tempo da perdere. Da oggi lui e centinaia di suoi colleghi sono a spasso, senza se e senza ma. Sessant’anni di lotte per conquistare quelle pause pranzo e ora vogliono di nuovo cambiarle, così il carbone arriverà sempre. Diciotto sono le settimane senza straordinari oramai: risse ogni giorno, retate in tutta la zona. La bomba sembra essere definitivamente esplosa. Lo dice anche la tv. Tutti a spasso da venerdì per la chiusura di Cortonwood e Bullcliffe Wood. Si organizzano riunioni improvvisate. I vecchi vogliono mettere su una specie di quartier generale dello sciopero a Silverwood, c’è fermento ovunque. Lo sciopero a oltranza è l’unica via per sopravvivere. Tutto sembra finito. Lo sa, Martin. Per ora beve. Non c’è altro da fare… Il comitato esecutivo nazionale del Sindacato nazionale dei minatori è riunito. Terry Winters, dirigente del sindacato, non dorme da giorni. Accanto a lui il presidente. Ascoltano le rimostranze dei vari distretti. Per sei ore, ascoltano. Poi il presidente si alza e prende la parola. In una mano la richiesta dello Yorkshire, nell’altra quella della Scozia. Parla degli accordi segreti già in dicembre fra il Segretario e il Primo ministro, dei loro progetti di privatizzare l’industria del carbone, del loro sogno segreto di elettricità e nucleare, delle loro liste nere segrete, dei loro piani in poche parole per massacrare un’industria intera, la loro industria, quella dei loro padri, quella futura dei loro figli. C’è una sola risposta in difesa dei loro diritti che possono opporre a quel sopruso. La guerra! Indietro ora non si può più tornare…
Sconfitta. Quello che rimane al termine di questo romanzo a suo modo epico è solo un’ineluttabile, avvilente, raccapricciante senso di sconfitta. Non ci sono vincitori né vinti in questa sanguinosa guerra civile che ha attanagliato l’Inghilterra e più precisamente il quieto e placido Yorkshire per cinquantuno settimane. Tanto è durato infatti lo sciopero dei minatori ai quali il governo Thatcher nel 1984 aveva deciso di togliere aria e futuro. Un tutti contro tutti che David Peace rende drammaticamente memorabile in questo romanzo apocalittico, vivo e palpitante come un organo vitale colpito a morte. Giallo, noir, storia, guerra, tutte anime che s’intersecano e si avvinghiano in uno tsunami narrativo confuso ‒ ma mai confusionario ‒ che martella incessantemente il lettore per le oltre quattrocento pagine del libro a ritmo serrato, senza soluzione di continuità. Barricate, corruttori e corrotti, diritti calpestati e ripetutamente violati, capitale, stalinismo e capitalismo, squadrismo. Tutto ciò che l’Occidente ha visto spazzare via per rifarsi il look in nome di un neoliberismo sfavillante e senza regole lo si può far risalire a quell’epica e disperata battaglia dei lavoratori delle miniere dello Yorkshire a cui improvvisamente fu tolto tutto. Quasi un anno intero di battaglia, due morti, settecentodieci licenziamenti, oltre diecimila procedimenti giudiziari. Queste le cifre di quella che come dicevamo è stata la sconfitta di tutte le parti in causa. Perché di fallimento si può parlare per l’intransigente Lady di ferro che pure alla fine vide uscire rafforzato il suo programma neoliberista, ma anche per il Re Artù, il dispotico dirigente dei sindacati incapace di aprire un fronte comune al dialogo per evitare quella carneficina. Tra loro burocrati, business men senza scrupoli, servizi segreti e famiglie disperate, dirigenti corrotti, tutti accomunati da una drammatica disfatta che la storia non ha potuto far altro che decretare. Un romanzo potente, minuzioso, a tratti difficile, capace di scivolare su due piani narrativi ‒ uno storico/giornalistico più distaccato, l’altro più intimo e drammatico ‒ che Peace scrive quasi maneggiasse la steady cam, per essere sempre attaccato ai protagonisti, nel vivo della battaglia, per non permetterti mai di poter anche soltanto rifiatare.


RED CARPET IN NOIR

AUTORE: Antonio G. D’Errico
GENERE: Romanzo Noir

EDITORE: Umberto Soletti Editore, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Roma, anni ‘90. Pietro Vannucchi anche quella mattina è alle prese con lo spettacolo teatrale che a breve andrà in scena. La voce profonda del regista a impartire ordini, i rapporti con i colleghi non sempre idilliaci e spesso conditi da gelosie. Eppure Pietro non ha mai abbandonato la speranza di poter un giorno sfondare nel mondo del cinema. Forte anche dell’appoggio di Giulia, la sua compagna, che lavorando in Rai quasi quotidianamente incalza e sollecita i vari dirigenti dell’azienda con quel nome a lei tanto caro. Una fiction, una particina, una comparsata, qualsiasi cosa che possa permettergli di spiccare finalmente il volo. Ma quando anche l’ennesimo progetto sembra andare in fumo e con il figlio ventenne senza arte né parte che è costretta a riprendersi in casa con lei e Pietro, rispedito al mittente dal suo ex marito, alla coppia sembra quasi crollare il mondo addosso. C’è solo una fiammella che sembra accendersi in fondo al tunnel dello scoramento artistico e familiare. Una piccola particina in un film a grosso budget della famigerata produzione Nunziante Ferranti che si girerà a breve, dove ci sarà la star del momento, l’attore Valerio Clerici. Sembra finalmente l’occasione buona per Pietro che grazie alla sua agente riesce ad avvicinare il famoso attore lasciandogli il suo contatto telefonico. L’attesa di quella famigerata telefonata che può cambiargli la vita diventa però lo spartiacque per Pietro e la sua metà. Se da un lato lui ostinatamente e quasi infantilmente resta aggrappato a quella flebile speranza, dall’altro Giulia si dimostra sempre meno comprensiva verso il suo uomo cercando di convincerlo a cercarsi oramai un “vero” lavoro. Eppure quando tutto sembra perduto la telefonata di Clerici ormai insperata arriva. Ma sarà davvero un bene per lui?

Romanziere, sceneggiatore, saggista, drammaturgo, Antonio Gerardo D’Errico ‒ che alterna saggi biografici (su Pino Daniele, Roberto Straccia, Marco Pannella) a romanzi ‒ ci regala qui un noir atipico, introspettivo, cupo, nato dalla confidenza di un noto personaggio del mondo del cinema che scandaglia in profondità le ombre di quel dorato ambiente. L’ambizione sfrenata, la gelosia, l’arrivismo, la sete di gloria e potere, sono tutti elementi che sgorgano dalle vicende dell’idealista e arrivista Pietro Vannucchi, un attore alle prime armi con il fuoco sacro della recitazione a guidarlo, che sfida a mani nude le consolidate regole del modo dello spettacolo, fatto di amicizie e alleanze poco edificabili, di ripicche, di giochi di potere decisi ai piani alti di aziende e case di produzione. Eppure Pietro non si arrende, non si lascia abbattere: in nome della sua sete di gloria e della sua arte, quella che non si rassegna a voler mettere in secondo piano anche a costo di mandare in rovina amori e sentimenti riguardanti la sua sfera privata ‒ fino al colpo di scena finale che giunge secco e inaspettato -, decide comunque di spingere sull’accelleratore della sua carriera fino in fondo, costi quel che costi. D’Errico squarcia così il sipario per mostrarci cosa realmente avviene dietro le quinte di un mondo idealizzato ma non privo, come e forse più di qualsiasi altro ambiente lavorativo, di trame oscure, umilianti, di manovre aziendali che davvero poco hanno a che fare con l’arte e con la meritocrazia, fino a giungere alla pura follia. Un carrozzone davvero lontano da quello luminoso e stroboscopico raccontatoci da riviste patinate e non. Un romanzo che non vuole certo disilludere ma che mette in guardia chi troppo spesso crede che il mondo dello spettacolo sia tutto lustrini, paillettes e firme di autografi. Perché più spesso di quanto si creda il red carpet può tingersi inaspettatamente di noir.

LEGGI L’INTERVISTA A ANTONIO G. D’ERRICO


Avellinese trapiantato nelle Marche, Antonio Gerardo D’Errico inizia la sua attività di scrittura mettendo in scena alcune sue opere teatrali presso il carcere Le Vallette di Torino. Passa poi alla forma del romanzo che alterna a biografie e sceneggiature. Abbiamo scambiato una chiacchierata con lui.

Sei partito dal teatro. Come sei arrivato poi al romanzo, al saggio biografico e alla sceneggiatura?
Sono partito dal teatro per puro caso. Quando avevo quindici anni trovai nel corridoio della mia scuola, buttato in un angolo, quel dramma stupendo di John Osborne, Look back in anger. Tradotto in italiano diventa Ricorda con rabbia. Mi sembrò semplice nella struttura, anche se l’intreccio narrativo mostrava qualcosa di intenso, di potente. Rimasi suggestionato dai caratteri dei protagonisti, di Jimmy Porter in particolare, della sua inquietudine, del suo male di essere e di appartenere a un genere umano distante dalle sue ispirazioni profonde di vita. Rimasi addosso per mesi e per anni col piacere di quella lettura, le cui immagini mi si impressero nella mente e nell’intimità della carne. Sentii irrefrenabile il bisogno di dare aspetto e forma ai protagonisti che crescevano dentro di me, quelli che affollavano la mia fantasia. Iniziai a scrivere immediatamente dopo quella lettura il mio primo testo teatrale: Un tempo le castagne avevano il profumo dell’alloro. Un dramma spietato, di amori, di amicizie e di sentimenti traditi dall’inganno. Da allora sono cresciuto, ma il bisogno di scrivere è rimasto intatto: sono cambiate le condizioni, gli incontri, le esperienze che mi hanno richiesto una ricerca ulteriore e un interesse per mondi che mi si sono parati davanti, chiedendomi di farne parte anche con l’immaginazione. La scrittura ha sempre fatto parte della mia esistenza. So di appartenergli, così come la descrizione di mondi ideali o surreali mi appartiene indipendentemente dalla mia volontà di dar loro valore e forma.

Con quale forma narrativa ti trovi più a tuo agio?
Il dialogo è stato il mio primo sentimento verso la vita. Sono nato in mezzo a persone che esprimevano i propri pensieri attraverso le parole. Erano animi semplici, di campagna. Eppure quella loro capacità di esporre e raccontare avvenimenti l’ho ritrovata in pochi altri narratori. Quelle pause sospirose, le loro espressioni mutevoli, passando dall’angoscia estremizzata all’aria festosa di una sonora risata, mi hanno dato l’immagine vera della felicità. Nel dialogo trovo il senso stesso dell’esistenza, fatta di scambio, di incontri, di un sentire comune. Teatro e saggio biografico sono l’ideale per uno scrittore di storie di vita vissuta.

Pietro Vannucchi ‒ il protagonista del tuo Red carpet in noir ‒ è un idealista innamorato del suo lavoro. Dov’è il suo errore?
Pietro Vannucchi è anche un arrivista come lo sono i suoi amici, i suoi compagni di palcoscenico. Ma lui vuole arrivare più in alto. Vuole di più. Lo ottiene solo quando incontra l’amore di una donna che ha un alto senso pratico della vita: una giovane pittrice, ex compagna di un senatore della Repubblica italiana, che sa come muoversi fuori e dentro l’ambito artistico. Sono innamorati entrambi degli agi della bella vita, delle comodità del potere. E lo sanno esercitare contro gli altri personaggi che dentro quelle stanze, in nome di un’arte lontana dal valore della bellezza, cercano la celebrazione di sé e delle proprie prepotenze. L’idealismo di Pietro, che si può ritrovare nei suoi primi tentativi di entrare a far parte del mondo del cinema per il piacere quasi ingenuo dell’arte della recitazione e dell’immedesimazione, si perde nei continui rifiuti che riceve da giovane attore ma, più di tutto, quando si affianca a divi del cinema che anno dopo anno lo rendono simile a loro, un uomo di una certa età senza più passioni e moti delicati del cuore.

Pietro si scontra alla fine anche con lo scetticismo della sua compagna che alla lunga non crede più in lui. Che personaggio è Giulia?
Giulia è la sua prima fidanzata. Gli offre una casa e un letto dove dare sostegno alle sue passioni di giovane amante. Non crede nelle qualità di quel giovane attore, ma pensa di poterlo tenere stretto a sé vantando conoscenze altolocate tra i dirigenti della Rai. Giulia è un’illusa, un’amante più grande di lui, che in segreto rimugina sulle sue sciagure, che si dispera nel rapporto difficile con suo figlio e con l’ex marito da cui è separata. Giulia è un fallimento, una forma di disperazione amorosa.

E le altre figure femminili che gli si affiancano che ruolo hanno?
Non hanno nessun ruolo particolare. Fanno parte della scena, che diventa delirio nella prima parte del romanzo. La vera figura femminile per Pietro Vannucchi è la sua segretaria, Marta, che sa intervenire con la dolcezza della donna, della sposa e della mamma pur trattando di questioni ambientali e economiche della società di produzione cinematografica che hanno messo su. Pietro non si accorge di lei per le sue qualità femminili, non le nota, non si concentra su quegli aspetti. Ma sa che può contare su di lei in tutto e per tutto. A volte, distrattamente, per un puro pensiero fugace, gli passa per la mente che forse lei può dargli quello che gli serve; poi, però, rimuove il dubbio e la chiama al telefono, dandole del lavoro da svolgere.

Il mondo del cinema è realmente come un acquario frequentato da squali e pescecani pronti a far fuori chiunque provi ad ostacolarli?
Il mondo del cinema è un mondo che tu definisci metaforicamente come un habitat chiuso, circoscritto, abitato da specie predatrici e specie predate. Sinceramente, non credo che sia così chiuso come un acquario, ma sicuramente è popolato da persone che hanno interessi a primeggiare su chi non ha un’attitudine spiccata a farsi largo in mezzo alla folla. So che ci sono attori dimenticati, c’è addirittura chi si toglie la vita perché la sua solitudine e l’abbandono gli sono diventati insopportabili. Il mondo del cinema è il mondo di oggi, in cui le verità passano attraverso le apparenze. Immagino si possa dire lo stesso del mondo della canzone, della siderurgia, del lavoro in generale in cui le persone contano se stanno sopra un altro. Molto spesso se si illudono di essere sopra un altro, esercitando questa illusione che pare più simile a una follia.

Che consiglio si può dare a giovani aspiranti artisti – attori ma anche scrittori o musicisti ‒ per non restare scottati nel classico gioco tra idealismo e dura realtà con la quale poi si trovano a scontrarsi?
Si può dir loro di studiare, di diventare bravi, di sacrificarsi in nome di un ideale. Un bravo attore si nota, così come si nota un musicista eccellente, uno scrittore irresistibile. Ci si scontra sempre con la vita e con le persone, con le loro verità e loro apparenze. Non c’è niente di più puro che provare il senso della musica come solo Mozart ha saputo fare, niente di più grande della poetica di Dante e delle sue visioni. Bisogna lavorare per raggiungere grandi altezze, e avere fiducia che qualcosa di buono accadrà nel misterioso mondo delle luci e delle ombre. È necessario lavorare assiduamente per migliorare se stessi, senza giudicare inutilmente e malamente gli altri. Ai giovani mi verrebbe da dire di sentirsi dei grandi uomini, senza età, né giovani e né vecchi. Anche ai vecchi mi verrebbe da augurare grandi gioie, le stesse gioie dei giovani. Siate vecchi e giovani felici, rimanendo insieme, avendo piacere di stare insieme. Io nel mio lavoro ho cercato sempre di collaborare insieme ad altri, per creare quello scambio necessario, quel dialogo che è l’arte stessa: la vita. Ma molti non hanno capito. Hanno pensato di fare qualcosa insieme a me, quando mi hanno confessato di sentirsi privi di contenuti. Poi appena hanno ritrovato un surrogato di ispirazione sono scappati via, certi di poter tornare a fare da soli. Peccato per loro, perché da soli si può essere anche tentati dal suicidio. Il mio augurio è di una lunga vita. Ma la lunga vita, come scriveva Aristotele, si raggiunge attraverso la virtù: che è l’arte del sapere. E a volte si impara più da un incontro disinteressato e riconoscibile che da una congrega di maestri a pagamento.

Per concludere, a cosa stai lavorando ora?
Sto per pubblicare una nuova biografia, i cui protagonisti non sono personaggi noti. Sono voci di un passato, di un vissuto familiare, dei paesi dell’Appennino dove sono nato e cresciuto. Racconto degli anni delle scuole frequentate a Lacedonia, in provincia di Avellino. Ricordo i fatti di quegli anni, anni Ottanta, del viaggio in pullman da Monteverde, le canzoni che si ascoltavano nel juke box del bar davanti alla scuola. L’incanto delle generazioni più antiche che si commuovevano ascoltando Nilla Pizzi. Il disincanto dei figli che si esaltavano con le strofe rivoluzionarie delle canzoni di Francesco Guccini. Poi racconto l’impegno politico di quella generazione, la lotta per le libertà, lo scontro tra giovani e vecchi: mentre le canzoni di De André, di Dalla, di Gaber, Jannacci, Paolo Conte, Pino Daniele e tanti altri infiammavano l’animo di quei ragazzi che si sono spostati, una volta cresciuti, al Nord, per andare a studiare a Milano, oppure per lavoro, durante le vacanze estive, in Val D’Aosta. La locomotiva parla dell’Italia di allora, del Sud contadino e di un Nord proletario e cittadino. Il libro uscirà per l’editore Umberto Soletti, di Alba, un vero idealista che crede nel valore delle idee, dei pensieri che si fanno eidos, figura, ed idolo, simbolo. Scrivere per un editore che condivide le emozioni prima che le scelte di uno scrittore è la vera bellezza riposta in un libro: perché è il primo contatto di quel pensiero nato nella sensibilità dello scrittore che prende forma e emozione nella fiducia dell’editore. In conclusione, a questo punto, a me piace ringraziare coloro che incontro nel mio cammino umano, per la gentilezza che mi riservano. Un grande grazie a te per quest’intervista e un altrettanto grande grazie a chi avrà la fiducia di leggere domande e risposte.

I LIBRI DI ANTONIO G. D’ERRICO

SULL’AMORE, di Charles Bukowski

Pubblicato: 15 luglio 2017 in Recensioni
Tag:,

SULL’AMORE
AUTORE: Charles Bukowski
TRADUZIONE DI: Simona Viciani
GENERE: Poesia
EDITORE: Guanda, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

L’amore può essere struggente nostalgia per una donna andata, “fare l’amore sotto il sole, sotto il sole del mattino/ in una stanza d’albergo che dà sul vicolo/dove poveracci sono a caccia di bottiglie, […] e alzo lo sguardo verso la finestra e penso,/ non so più dove sei, e riprendo a camminare e mi chiedo dove/ va a finire la vita/ quando si ferma”. O nostalgia per le poesie rubate dalla puttana di una notte: “[…] la prossima volta prenditi il mio braccio sinistro o un biglietto da cinquanta/ ma non le mie poesie”. Può essere la poetica sublimazione artistica del quotidiano: “sono seduto a letto di notte e ti ascolto russare. […] ma so che tu sei una/ contemporanea, una moderna/ opera/ vivente/ forse non immortale/ ma ci siamo/ amati. Ti prego continua a/ russare”. O la struggente visione della fanciullezza incontaminata di una figlia: “immagino che mia figlia/ diventerà una/ donna bellissima./ un giorno quando sarò abbastanza vecchio/ probabilmente mi porterà la/ padella con un/ sorriso davvero gentile”. L’amore è anche il piacere sensuale e liberatorio di una doccia dopo l’amplesso: “dopo ci piace fare la doccia […]/ e mi lava per primo/ mi insapona le palle/ alza le palle/ le schiaccia un po’,/ poi lava l’uccello […]/ io sogghigno sogghigno/ sogghigno,/ e poi io lavo lei…[…]/ un altro bacio, e lei esce per/ prima […]/ io rimango dentro/ giro l’acqua sul bollente/ gustandomi i bei momenti del/ miracolo dell’amore/ poi esco…”. O l’elogio, l’esaltazione gioiosa e sfrenata del sesso: “scopare a mezzanotte/ scopare alle 4 di mattina/ scopare di martedì/ scopare di mercoledì/ scopare come un toro/ sanguinante […]/ scopare sopra/ sotto/ di fianco/ sbronzo sobrio triste felice furioso/ scopare”. Ma è anche fonte d’ispirazione per l’arte, per la poesia: “ora le signore sono molto lontane/ e io siedo qui scalzo/ barba lunga, bevo birra e/ ascolto i valzer di / Chopin, e/ penso a ognuna di loro/ e mi chiedo se loro pensano a me/ o sono solo un libro di poesie/ perso in mezzo ad altri libri di poesie?”. O per quei libri che possono salvarti la vita: “ […] mio padre detestava i/ libri e/ anche mia madre detestava i/ libri. […] alle 8 di sera/ dovevamo dormire tutti:/ LUCI SPENTE! urlava./ allora prendevo la lampada del/ comodino/ la piazzavo sotto le coperte/ e con il calore e la luce nascosta/ continuavo a leggere. […] e avevo tutto/ e/ me lo sono preso”…
Ah, l’amore! Quanta trasudata, sognante, struggente ed evocativa poetica genera questo sentimento declinato nei secoli in tutte le possibili desinenze letterarie, musicali o cinematografiche. Ma al contempo quanta retorica può nascondere il raccontarlo e riprodurlo in forma artistica. Ecco, se c’è una certezza con il buon vecchio Buk, una rassicurante garanzia, è che nelle sue poesie scorbutiche, nella sua lirica paradossale, disturbante, corrosiva, volutamente esagerata fino al parossismo, non troverete una goccia una di retorica, di banalità o di smielata ampollosità nel narrare del più devastante e magniloquente sentimento che ci travolge e ci sconvolge immancabilmente da secoli. Perché Bukowski sa trattare la poesia come argilla per modellare la sua personale idea dell’amore con la stessa struggente bellezza lirica e stilistica di un ispirato scultore pop, riuscendo nel contempo e con la stessa naturalezza a trasformare in poetico il candore di una donna che russa goffamente al suo fianco o una scopata occasionale o persino una lavata di scroto post amplesso, al pari della bellezza dello sguardo o del sorriso di sua figlia o dell’amore profondo e riconoscente ‒ quasi devoto ‒ per la sua Linda. Non tralasciando certo l’amore incondizionato per l’arte, per la letteratura, la musica classica, gli immancabili cavalli da corsa, le impareggiabili sbronze o quello concesso ad una puttana di una notte incrociata per sbaglio in stazione. Tutto il suo devastante bestiario di ultimi e disperati che affollano la vita quotidiana, le sue e le nostre miserie al solito cantate e sbattuteci in faccia con il consueto disarmante e cinico realismo, tutto questo universo, questo meraviglioso realismo splendidamente sporco qui ancora una volta finisce per dare lucentezza a questa raccolta inedita riaffiorata da vecchi manoscritti e appunti che troviamo sia tradotti che in versione originale. Insomma il solito buon vecchio Chinaski: uno che sai che non ti tradirà mai, che quando lo leggi più che un distaccato scrittore ti ricorderà sempre il vecchio e caustico amico brontolone, uno che se lo hai letto e amato torni sempre a rileggere più che volentieri e che se non lo hai mai ancora letto, beh, puoi sempre provare l’ebbrezza di avvicinarlo, a patto che dell’amore tu non abbia una visione edulcorata fatta di baci Perugina, drammoni strappalacrime o peggio ancora dei più contemporanei mielosi e glitterati aforismi facebookiani.


I SAMURAI DEL CALCIO
AUTORE: Sergio Di Battista
GENERE: Saggio Sport
EDITORE: goWare, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Il calcio, per molti reale metafora della vita, ha storie appassionanti e appassionate da raccontare nel suo trasformismo plurisecolare. Per esempio può capitare che l’avventura di un giovane calciatore parta da qualche campetto polveroso di periferia – oggigiorno peraltro sempre più rari – per finire in “templi del pallone” da milioni di tifosi oppure al contrario può iniziare da un sogno, da un’illusione e sfociare davanti a tribunette affollate di soli pochi affezionati. Così tra questi due estremi ci sono i campioni che hanno onorato la casacca della propria squadra come una seconda pelle per tutta la carriera – una categoria allo stato delle cose quasi in via d’estinzione – e i fuoriclasse considerati dei veri e propri zingari del pallone, dei giramondo che hanno preferito distillare le loro perle calcistiche misurandosi con campi, tifosi e maglie più svariate. I “samurai” fedelissimi e monogami verso la singola maglia sono talmente una rarità che spesso sono personaggi che nelle loro piazze hanno travalicato il prato verde stesso per diventare veri e propri personaggi simbolo, se non leggende, delle loro città. I nomi sono sotto gli occhi di tutti, da Totti a Zanetti, da Antognoni a Del Piero, a Maldini o Baresi: simboli indelebili, ambasciatori di quei colori societari e di una città intera, spesso capaci di rifiutare ingaggi faraonici della concorrenza e per questo oltre che temuti, persino rispettati da colleghi e tifosi avversari. I loro alter ego sono colleghi dalle carriere altrettanto scintillanti ma incapaci di giurare fedeltà ad una singola casacca, preferendo, vuoi per esperienze di vita personale, vuoi per denaro l’avventura in piazze diverse. Sono i nomadi del calcio, quelli che, ci puoi giurare, al goal contro le loro ex squadre esibiranno esultanze dimesse e sconsolate, al limite del lutto. E qui si va dalle sei squadre di Anastasi alle nove di Baggio, alle otto di Cassano fino alle dodici di Christian Vieri…
Un gradevole e delizioso album delle figurine suddiviso in “bandiere” e “traditori”, questo maneggevole excursus del giornalista Sergio Di Battista che ci porta con leggerezza a ripassare e sfogliare curricula e aneddoti di una buona quantità di campioni più o meno datati che hanno segnato le vite di tutti noi tifosi. Certo l’effetto nostalgia è dietro l’angolo e il “non ci sono più le bandiere di una volta” scatta automatico in più di una occasione sfogliando la parata di artisti del prato verde che per scelta a volte quasi masochistica hanno deciso di onorare quella casacca ‒ feticcio evolutosi anch’esso da grezza e semplice maglia di lana a indumento d’alta moda elasticizzato e lucido dai colori spesso improponibili per assecondare merchandising e dio denaro ‒ come unica ragione di vita e intuirne oggi la rarità. Perché se le squadre agli albori sfoggiavano spesso giocatori presi dal paese stesso di appartenenza, oggi non è raro per esempio vedere scendere in campo ventidue stranieri che si affrontano nel campionato italiano. Ma tutto sommato nel calcio, come nella vita per fortuna alla fine tutto si trasforma per rimanere sempre uguale e fedele a se stesso e allora al netto di qualche tatuaggio in più, di un addominale fin troppo scolpito, di qualche mercenario di troppo, dell’inevitabile globalizzazione geografica che relega le bandiere sempre più a nostalgiche figure mitologiche del passato, la passione, la gioia irrefrenabile, la magia di quella palla ‒ ebbene sì, persino questa trasformatasi da pesantissima sfera di cuoio a tecnologico gadget per sponsor ‒ che rotola nella rete facendo esplodere quel grido liberatorio, la bellezza e la fierezza per noi tifosi si, di giurare fedeltà eterna a quell’unica casacca seppur con qualche sponsor e colore di troppo, beh, alla fine, è l’unico, reale e inestimabile valore aggiunto che davvero conta e sempre conterà.

BLU OCEANO, di Alessandra Perugini

Pubblicato: 28 giugno 2017 in Recensioni
Tag:

BLU OCEANO
AUTORE: Alessandra Perugini
GENERE: Romanzo Thriller
EDITORE: Gilgamesh, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Nel sole splendente di mezzogiorno Stella contempla per l’ultima volta l’estatica bellezza dell’immensa distesa di vegetazione del Madagascar, travolta da ondate febbrili di ricordi mischiate al colore, alla luce, ai profumi di quello scenario mozzafiato. Il suo mondo è stato spazzato via e ora non resta che abbandonarlo e far ritorno nella plumbea Londra, dove la sua famiglia l’aspetta. L’elicottero è già pronto quando Aylin, l’anziana governante, le corre incontro per salutarla. Un abbraccio pieno di dolcezza e gratitudine tra le due donne, promesse e occhi lucidi. Ma tempo non ce n’è più. Al gate di una fredda e grigia Londra solo l’abbraccio familiare di sua madre e di Kate, sua sorella minore, riesce a scaldarla per un po’ e a stemperare quel vuoto che dall’interno inesorabilmente la sta divorando. E difatti, passate le prime frenetiche giornate di vacanza fatte di racconti della sua vita in quella terra meravigliosa e sistemazione nella sua nuova dimora, quel vuoto interiore viene fuori in tutta la sua drammaticità, spingendola nell’abisso della solitudine, dell’insonnia, del costante rimuginare, fino a sfociare in crisi di panico sempre più opprimenti e violente. A salvarla da quel baratro è un’amica di sua madre, che riesce a convincerla ad organizzare una mostra fotografica, visto l’incredibile quantità di materiale di cui Stella dispone. La donna si lascia convincere anche sotto la guida di Bobby, un bellimbusto americano dirottato da Kate su sua sorella con la speranza di vederla finalmente sciogliersi e lasciarsi andare. La mostra è un vero successo, c’è gente anche altolocata, giornalisti, avvocati, molti sembrano interessati alle sue opere, insomma sembra girare tutto per il verso giusto ma l’incubo del baratro nella testa e nello stomaco di Stella, quell’indelebile e costante senso di inadeguatezza, non sembra abbandonarla mai. Finché non sente quella voce alle sue spalle e voltandosi lo vede…
Alessandra Perugini, fermana, classe ’79, laureata all’Università di Bologna in Psicologia Clinica e successivamente specializzata in Psicoterapia Relazionale a Rimini ‒ città nella quale ha lavorato per diversi anni nel sociale ‒ in questo suo esordio letterario da vita ad una spy story ritmata e ben strutturata nella quale l’amore, la passione si intrecciano prepotentemente in un tourbillon di azione e mistero a intrighi internazionali a sotterfugi da cui sembra impossibile uscire con le ossa sane e vincitori. Due personaggi agli antipodi ‒ Stella, fuggita suo malgrado dalla sua precedente vita a causa di un trauma che le ha cancellato la famiglia e Thomas Rhide, ex Navy Seal, ora agente segreto impegnato nella lotta al terrorismo internazionale – ma in fondo accomunati dalle stesse fragilità incrociano i propri destini congiungendosi attraverso il filo rosso di una sfrenata e incontrollabile brama amorosa. Due destini che attraverso l’oceano, tra Londra e il Madagascar, dovranno fare i conti con loro stessi e con il loro spesso oscuro, tormentato e doloroso passato.


LA FORMA DELLA PAURA
AUTORE: Giancarlo De Cataldo, Mimmo Rafele
GENERE: Romanzo Thriller
EDITORE: Einaudi, 2010
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

17 agosto 1995. Knin, Repubblica serba di Krajina. Il Comandante ha appena ucciso quattro dei suoi uomini scelti. Un gesto inevitabile quando, persino in una guerra sanguinaria come quella, da combattente ti trasformi in schifoso assassino. Questa la colpa dei suoi quattro soldati, sorpresi in una grotta a seviziare una ragazzina serba. Due giorni dopo, quando la battaglia è ufficialmente terminata, il Comandante si trova proprio con Alissa, la ragazza serba salvata dalla violenza dei suoi, all’aeroporto di Zagabria. Il fido Pilić è rimasto in Croazia, sogna di diventare un pezzo grosso. Ma non sa, il poveraccio, che ben che gli vada il suo futuro sarà in un tribunale internazionale o peggio ancora con una pallottola ficcata in testa. Alle loro spalle intanto una figura li osserva. Il Comandante si è voltato appena e gli ha rivolto un cenno di saluto. È il suo vecchio amico Lupo. La sua presenza a Zagabria significa certamente guai. Ma il Comandante al momento non sembra preoccuparsene… Marco Ferri, ancora disteso tra le lenzuola rosa, ripensa a quanto gli ha appena confidato Monica. Grazie a una soffiata avuta dal Mastino ‒ il responsabile dell’Anticrimine ‒, pare che finalmente sia tutto pronto per la cattura l’indomani stesso di Pilić e della sua micidiale banda di croati che da tre anni sta insanguinando Roma con scorribande e rapine. Pilić e i suoi sono diventati una vera e propria ossessione per Alessio Dantini, dirigente della Squadra mobile e diretto superiore suo e di Monica. Il giorno dopo, all’alba, nel garage del servizio centrale operativo, Mastino e la sua fidata cricca di falchi antirapina salutano Marco con sospetto e sufficienza. Il ragazzo gli è stato imposto dal capo e l’aria da novellino non gioca certo a suo favore. Ma Marco sa farsi rispettare, e poi è oramai davvero tutto pronto. L’azione per catturare finalmente quel bastardo di Pilić è roba di minuti oramai…
Ricatti, vendette, adrenalina, corruzione, violenza. Questo thriller mozzafiato scritto a quattro mani da Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele con ritmo vertiginoso, acido e caustico, non risparmia al solito niente e nessuno e ti attanaglia senza soluzione di continuità dall’incipit fino ai titoli di coda. L’era della paura nata con la presidenza Bush ha segnato indelebilmente la strada per il futuro. L’Occidente per la prima volta si è trovato a dover fronteggiare lo scontro di civiltà in atto, spesso trovandosi a giocare e puntare su più tavoli contemporaneamente. In questo clima si è alimentata la mitologia della paura che ha fortemente condizionato l’esistenza e il sentire comune. Di questo sentimento ovviamente c’è chi ha abbondantemente approfittato costruendo carriere e imperi senza scrupoli. E due dei protagonisti, Guido e Marco, tratteggiano proprio le due facce di questa medaglia. Figli del comune senso di disprezzo del sistema, i due pur con sentimenti differenti finiranno per affrontare un’inevitabile catarsi interiore, un radicale cambiamento nel loro naturale percorso di formazione. Attorno a loro la Roma dei Palazzi, quella lupa da cui chiunque prima o poi tenta di mungere qualcosa per il proprio tornaconto, in un sistema corrotto e decadente dove la famosa “terra di mezzo” che De Cataldo racconterà poi in Suburra sembra anche qui farla da padrona. Un circuito di vasi troppo comunicanti, dove bene e male convivono pericolosamente a contatto, spesso contaminandosi a vicenda. Questo il magma di un romanzo che al di la dell’invenzione narrativa molto ci dice di noi, della nostra epoca, di quel blob informe e spesso colpevolmente occultato che modella e dà forma all’inquietante e spesso delirante sentimento di paura che a partire dall’11 settembre inevitabilmente ci pervade.

PRIMA DI CADERE, di Noah Hawley

Pubblicato: 8 giugno 2017 in Recensioni
Tag:

PRIMA DI CADERE
AUTORE: Noah Hawley
TRADUZIONE DI: Marco Rossari
GENERE: Romanzo Thriller
EDITORE: Einaudi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

L’Ospry 700SL, un jet privato di nove posti, è fermo sulla pista dell’isola di Martha’s Vineyard in attesa del decollo verso New York. A bordo David Bateman, cinquantasei anni, boss della Alc News, come sempre è al telefono a discutere d’affari mentre suo figlio di quattro anni JJ dorme sul sedile accanto al suo, e sua figlia Rachel di nove anni e sua moglie Maggie chiacchierano amorevolmente qualche sedile più in là. Da pochi minuti sono a bordo anche Ben Kipling, banchiere con qualche grana giudiziaria all’orizzonte, sua moglie Sarah e Scott Burroughs, un pittore che Maggie ha conosciuto al mercato qualche giorno addietro e che ha invitato a fare il viaggio con loro, vista la destinazione comune. Quando Scott riemerge dall’acqua ha un dolore lancinante alla spalla e davanti a lui l’oceano è letteralmente in fiamme. Pezzi di lamiera incandescente sono sparsi ovunque e le onde gelide gli sbattono sulla faccia. Rabbrividisce quando realizza che l’aereo è precipitato e ancor di più quando in lontananza sente il pianto disperato di un bambino: è JJ, il figlio minore di Bateman. A quanto pare dell’intero equipaggio solo loro due sono riusciti a sopravvivere. Dopo otto ore di terribili sforzi e atroci sofferenze, l’uomo e il bambino riescono miracolosamente a toccare riva e a essere trasportati per le prime cure all’ospedale di Montauk. Neanche il tempo di riprendersi e Scott riceve la visita di Gus Franklin del consiglio di sicurezza dei trasporti nazionali e degli agenti dell’Fbi. Vogliono fare luce sull’accaduto, dato che su quel volo viaggiavano dei pezzi grossi, e immediatamente Scott realizza che da quel momento per lui niente potrà essere più lo stesso…
Quinto romanzo per Noah Hawley, scrittore, sceneggiatore, produttore e sopratutto autore della pluripremiata serie tv Fargo, vero cult fra gli appassionati del genere e non solo. E la padronanza di gestione dell’intreccio accompagnata dal ritmo serrato e martellante sono proprio le peculiarità che connotano anche questo thriller mozzafiato. Una scrittura forte, sicura, capace di creare l’abito perfetto da far calzare ad ogni singolo personaggio che viene seguito e sviscerato in ogni sua più piccola piega esistenziale, proprio per cercare di dare una risposta ai mille dubbi che attanagliano protagonisti e lettori attorno a quei fatidici diciotto minuti di mistero che hanno portato a quell’inspiegabile inabissamento. E così la commovente vicenda di un eroe nell’America assetata di storie da triturare e sbattere in prima pagina, l’odissea dell’uomo qualunque capace di portare miracolosamente in salvo un bambino dalla ferocia dell’oceano, grazie al sospetto, alla malafede, alla sete di potere, grazie sopratutto al polverone mediatico da dover dare in pasto ad un pubblico sempre più affamato di voyeurismo, proprio grazie all’emittente di cui era proprietario il defunto Bateman, rischia di trascinare Burroughs nel peggior incubo della sua vita. Un’orchestra di storie, caratteri, intrecci familiari, profili psicologici perfettamente scandagliati, una sinfonia che va in levare fin dall’ouverture, dove tutti hanno almeno uno scheletro nell’armadio e dove il marcio, la follia ma anche l’amore – concesso o negato – diventano il volano di questo intricatissimo e indecifrabile puzzle. Non solo un thriller, dunque, ma un’analisi attenta e lucidissima sul potere, sulla spettacolarizzazione mediatica a tutti i costi, su quello che la solitudine, la follia, il desiderio, la frustrazione possono portare a compiere anche a costo della propria e della vita altrui. Se siete pronti insomma, allacciate pure le cinture.

SCOOP, di Enrico Franceschini

Pubblicato: 25 maggio 2017 in Recensioni
Tag:

SCOOP
AUTORE: Enrico Franceschini
GENERE: Romanzo
EDITORE: Feltrinelli, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Alla fine e nonostante tutto, ha deciso di dargli una mano. La contessa Matilde Valera del Dongo tra un Don Pérignon e un altro ha ascoltato quasi stancamente l’ex giovane e promettente scrittore, ex sessantottino oramai prossimo al baratro del dimenticatoio, nonché ex amante fugace dei bei tempi che furono Andrea Muratori lagnarsi di quanto la vita a Milano oramai gli stia stretta, non gli dia più stimoli e di quanto sarebbe bello e formativo per lui poter arricchire la sua carriera con un’esperienza dal vago sapore hemingwayiano magari come inviato e cronista di guerra in qualche esotico e selvaggio angolo del mondo. Si affretta perciò a convocare Alberto Massari, direttore di uno dei più noti quotidiani milanesi e nazionali raccomandandogli di spedire Muratori come inviato a Cusclatàn, una piccola repubblica centroamericana dilaniata pare da un orribile conflitto interno. Massari abbozza ben sapendo che in fondo quello che conta davvero in un giornale son sempre la politica interna, lo sport e la nera. Neanche il suo caposervizio, pensa, troverà molto da ridire se mandiamo in uno sperduto paesino caraibico un giornalista sconosciuto e alle prime armi. Già perché a essere convocato per quella improbabile trasferta di lavoro è si Andrea Muratori, ma quello sbagliato. E così Andrea ‒ novellino giornalista sportivo appena sbarcato nella megaredazione milanese per farsi le ossa, nonché reduce dalla figuraccia della mattina allorquando nel portare il caffè a Massari durante una delle sue prime riunioni di redazione è crollato per l’emozione miseramente faccia a terra scatenando l’ilarità di quei volponi incarogniti dei suoi colleghi ‒, prima ancora di rendersi conto di quello che realmente gli sta succedendo, si ritrova in business class, direzione Città del Messico…
Enrico Franceschini, classe ’56, corrispondente per “la Repubblica” da New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, mette in scena uno spassosissimo romanzo di formazione e iniziazione quasi goliardico/militare al mestiere di giornalista. Così lo sprovveduto giovane cronista di provincia si ritroverà sbattuto suo malgrado e grazie ad un equivoco dettato dall’omonimia, nel mondo reale della vita da inviato – quello pre digitale, fatto ancora di Olivetti, fax e code per le interurbane ‒ dove l’idealismo del pivellino di primo pelo cederà presto il passo alla ben diversa realtà, fatta di finti scoop, di bufale colossali, di cameratismo/nonnismo di colleghi smaliziati, di note spesa gonfiate, di bella vita a bordo piscina di lussuosi alberghi a cinque stelle, di mignotte e cocktail esotici. Realtà che però fatalmente alla fine finirà per trasformarlo non soltanto in un vero giornalista con tanto di pelo sullo stomaco, ma sopratutto in un vero uomo. Perché nonostante tutto lo scoop ci sarà e trasformerà per qualche mese un tranquillo paradiso caraibico nel centro nevralgico del mondo. Un romanzo capace di raccontare tutti i vizi, le malizie, i retroscena ma anche le virtù, i pregi e persino l’eroismo di un mestiere che, sopratutto in quegli anni, non poteva non affascinare sia chi di quel sogno avventuroso ne ha poi fatto una professione, sia chi ne ha goduto soltanto il prodotto finale, ignorandone i dietro le quinte, qui deliziosamente svelati. Un romanzo che parte da L’inviato speciale di Waugh – che lo stesso Franceschini cita come sua primaria fonte di ispirazione – per raccontarci uno dei più antichi e affascinanti mestieri del mondo. Perché il giornalismo rimane in fondo, come insegna ad Andrea un suo vecchio e saggio collega, “ […] il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso”.