GIULIANO PAVONE E LA SESTULTIMA PARTITA DI ERASMO IACOVONE

ARTICOLO DI:
Raffaello Ferrante

Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine…e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Tarantino di nascita, milanese d’adozione, un quarto di sangue napoletano nelle vene. Giuliano Pavone, classe ’70, non è tipo da vivere la passione calcistica solo nel privato ma ha pensato bene di trasferirla su carta firmando nientemeno che il suo esordio narrativo. Quel L’eroe dei due mari che prese a essere recensito e discusso prima ancora che il libro incontrasse un editore. Lì un plurimiliardario e pluridecorato campionissimo dell’Inter decide grazie a un voto di andare in Serie B per giocare – ça va sans dire – proprio nel Taranto. A Mangialibri parla per la prima volta apertamente della sua contemporanea passione per il Taranto e per il Napoli.

A che età la prima cotta calcistica col Taranto? È stato colpo di fulmine o hai avuto prima altre infatuazioni?
Non ricordo un momento preciso. Per me il tifo per il Taranto è sempre stato un dato di fatto, una specie di dotazione di serie di cui sono equipaggiato fin dalla nascita. Piuttosto, il colpo di fulmine l’ho avuto per il Napoli, intorno ai sette anni, per motivi di pura simpatia epidermica (le ascendenze familiari c’entravano poco). E qui la cosa si fa delicata: questa mia doppia passione non è certo un mistero (ho fra l’altro dedicato libri a entrambe le squadre) ma ho sempre evitato di sbandierarla troppo perché per qualcuno il “doppiofedismo” (il neologismo ha sempre valenza dispregiativa) è peccato mortale. Io però non mi sento un adultero. I due amori hanno pari intensità ma nature diverse. Diciamo che il Taranto è come la mamma: qualunque cosa ti riservi la vita, resta il legame più profondo, la tua origine. Il Napoli invece è la moglie: anima gemella incontrata e scelta, matrimonio che non contempla divorzio.

Che tipo di tifoso eri e sei? Ultrà da stadio o moderato sostenitore da “Tutto il calcio minuto per minuto”?
Ritengo scorretta la coesistenza dei termini “tifoso” e “moderato” nella stessa domanda. La fruizione delle squadre del cuore, che avvenga allo stadio (preferibilmente in curva) o a distanza, è per me sempre all’insegna della massima sofferenza e di un coinvolgimento direi patologico. Piuttosto, la questione dei modi di fruizione mi ha aiutato a chiarire ulteriormente la differenza fra i rapporti che intrattengo con le mie due squadre. Col tempo, ho capito che il Taranto è per me la squadra “sociale”, da seguire con gli amici allo stadio ogni volta che è possibile (anche se poi la seguo anche in tv, in radio e in tutti gli altri modi consentiti dalla tecnologia), mentre il Napoli è la squadra “da divano”, da guardare in tv tendenzialmente in solitudine (ma l’ho vista tante volte anche allo stadio).

Il tuo primo ricordo legato al calcio e il tuo primo stadio?
31 dicembre 1977, Stadio Salinella di Taranto, Curva Nord. Campionato di Serie B: Taranto-Ascoli. Fu una sconfitta (tanto per mettere subito le cose in chiaro…), ma contro il grande Ascoli che dominò quella stagione venendo promosso in A e restandovi poi per lunghi anni. Anche il Taranto era forte, probabilmente il Taranto più forte della storia, e lottava per la promozione. In quel Taranto giocava Erasmo Iacovone, centravanti dallo stacco esplosivo e dallo sguardo buono, in testa alla classifica cannonieri. Quella fu la sua sestultima partita. Poco più di un mese dopo, morì in un assurdo incidente stradale, diventando il grande, tragico mito della tifoseria rossoblù, l’unica bandiera ancora oggi ricordata e omaggiata in mille modi. Il Salinella fu ribattezzato “Erasmo Iacovone” e il Taranto a tutt’oggi non è mai andato in A.

La tua partita rossoblù memorabile?
Difficile menzionarne solo una. Cito Lanciano-Taranto, semifinale di andata dei playoff di C1, maggio 2002. Fu una sconfitta per 3-2, ma il favoloso gol con cui Galeoto accorciò le distanze al 94’ suonò come la garanzia del passaggio del turno (nella regular season avevamo vinto tutte le partite in casa). Nell’occasione sperimentai forse per la prima volta in modo compiuto quella che chiamo estasi da dopo-gol, cioè quel blackout che ti colpisce per qualche secondo durante un’esultanza particolarmente intensa, da cui ti risvegli venti gradoni più in basso, circondato da sconosciuti, senza ricordare come hai fatto ad arrivare fin lì.

Conservi qualche cimelio del tuo passato (o presente) da tifoso?
Diversi, per entrambe le squadre. Del Napoli, fra gli altri, una maglia di Mertens usata in gara, regalatami dall’amico Renato Camaggio per aver contribuito alla realizzazione dell’autobiografia di Salvatore Carmando (!). Del Taranto, soprattutto una ricca collezione di biglietti di playoff persi.

Dicci del Pibe de oro. Cosa ha rappresentato per te? Sei riuscito a vederlo giocare dal vivo? E del Pibe di Candela Maiellaro che ci dici?
Naturalmente il Pibe è il Pibe, anche se tengo a precisare che il mio tifo per il Napoli risale ad anni prima, in periodi difficili per la squadra azzurra. La prima volta che vidi giocare Maradona dal vivo coincise con la prima volta che andai a Napoli, la prima volta che misi piede nel San Paolo e… la prima volta che il Napoli vinse uno scudetto! Era il 10 maggio 1987, avevo 16 anni e fu una giornata di felicità assoluta. A proposito di “doppiofedismo”, ricordo che con mio fratello (juventino, ma mi accompagnò per non perdersi l’evento storico) esplodemmo in una grande esultanza, fra lo stupore degli astanti, quando sul tabellone elettronico che da lì a poco avrebbe mostrato la scritta “Napoli campione d’Italia 1986-87” apparve la notizia del 2-1 del Taranto a Catania. Dopo un girone d’andata pessimo, quel Taranto in B fece una volata finale da record, acciuffando la salvezza in extremis dopo le leggendarie partite di spareggio contro Lazio e Campobasso, giocate proprio in un San Paolo fresco di scudetto. Sì, il 1986-87 è stato decisamente l’anno migliore per le mie due squadre del cuore… Qui arriviamo anche al Pibe di Candela, quel Pietro Maiellaro che proprio quell’anno, insieme a Totò De Vitis (cresciuto nel Napoli) costituì una delle coppie d’attacco più forti e spettacolari che i tarantini abbiano mai visto. L’anno successivo, siccome come ogni tifoso rossoblù sa bene ogni eventuale gioia viene presto scacciata da un dolore più grande, Maiellaro venne venduto, ma non a una squadra qualsiasi, bensì agli odiati “cugini” del Bari. Una beffa che mi forgiò, aiutandomi molti anni dopo ad affrontare la cessione di Higuain dal Napoli alla Juventus.

Pur essendo l’Italia un paese di commissari tecnici e scrittori, sono pochi ‒ se ci pensi ‒ i romanzi sul calcio. Tu invece hai deciso di esordire proprio con una storia “pallonara”. Come mai?
Non è stata una scelta troppo ragionata ma la naturale conseguenza delle mie passioni e dei miei interessi. Avevo parecchie cose da dire su Taranto e su Milano, le due città in cui ho vissuto, e su certi aspetti del mondo della comunicazione, che è quello di cui mi occupo per lavoro, e mi è venuto spontaneo usare il calcio, grande amplificatore di vizi e virtù, per tenere tutto insieme in una sola storia. Ho la pretesa, forse eccessiva, di definirmi una specie di pioniere, perché nel 2010, quando fu pubblicato L’eroe dei due mari, i romanzi sul calcio erano ancora più rari che adesso e scontavano il pregiudizio – poi sfatato da qualche buon successo editoriale – di vendere poco perché gli appassionati di calcio sono ignoranti.

Ci racconti cos’è stata l’iniziativa “RespiriAmo Taranto”? È vero che era stata in qualche modo anticipata proprio nel tuo romanzo?
A Taranto si è creata una specie di saldatura fra un certo modo di sostenere la squadra e la difesa della salute e dell’ambiente nel tristemente noto caso Ilva. Nel 2012, pochi mesi prima delle ordinanze di sequestro dell’impianto siderurgico, il Taranto lottava per la promozione in B ma navigava finanziariamente in cattive acque. Un club di tifosi lanciò l’idea di una “sponsorizzazione popolare”: una raccolta fondi per fare in modo che sulle maglie rossoblù apparisse lo slogan “RespiriAmo Taranto”, che riassumeva l’amore per la città e la preoccupazione per i veleni dell’Ilva. Tutto era pronto perché la nuova maglia esordisse, proprio nel big match a Terni, quando la Lega Calcio tornò sui suoi passi negando l’autorizzazione, evidentemente preoccupata dall’“eccesso di democrazia” di cui quel gesto era portatore o persuasa dalla telefonata di qualche “papavero”. La retromarcia si trasformò in autogol perché dell’iniziativa si finì per parlare ancora di più: ne scrisse persino Gianni Mura su “la Repubblica” e sui balconi di Taranto e di altre città si moltiplicarono gli striscioni “RespiriAmo Taranto”. In L’eroe dei due mari avevo immaginato che Cristaldi, il campione brasiliano del Taranto, mostrasse sotto la casacca una maglia con la foto delle bare di tre operai dell’Ilva morti in un incidente sul lavoro, e invitasse tutti i tarantini a esporre sui balconi dei drappi neri per protestare contro la carenza di sicurezza della fabbrica e contro l’inquinamento. Non rivendico però alcuna capacità profetica: mi sono limitato a fiutare qualcosa che evidentemente era già nell’aria da qualche anno. Comunque mi diverte molto questo scambio fra fantasia e realtà, che poi completai qualche mese dopo quando, nella versione a fumetti de L’eroe dei due mari, sostituii i drappi neri e la maglia con le bare con le scritte “RespiriAmo Taranto”.

Fantacalcio: Taranto-Napoli finale di Champions. Pavone in tribuna con la maglia del?
Fantacalcio molto spinto. Mi è capitato due volte di vedere Taranto e Napoli affrontarsi. In entrambi i casi ho tifato per il Taranto ma con la segreta speranza che il Napoli non facesse brutta figura. A ciascuna di queste due partite è legato un aneddoto. Taranto-Napoli di Coppa Italia sul campo neutro di Lecce: vincono gli ospiti un po’ a fatica con gol di De Napoli. Maradona aveva marcato visita. Alla fine, il padre di un mio amico, conoscendo la mia passione per il Napoli mi dice con fare solenne: “Con questa squadra non andrete da nessuna parte”. Mai profezia fu più miope: stava per iniziare la stagione 1986-87. Qualche anno dopo le due metà del mio cuore calcistico s’incontrano allo Iacovone per un’amichevole. Primo tempo senza sussulti. Nella ripresa il Taranto si impone di misura contro un Napoli troppo brutto per essere vero. Il giorno dopo i giornali svelano l’arcano: rientrati nello spogliatoio per l’intervallo, gli azzurri avevano constatato la scomparsa di portafogli, orologi e altri oggetti di valore…

Sei costretto a venire allo stadio con me: vieni a tifare la Juve o il Bari?
Una prospettiva insostenibile, non solo per le squadre ma anche per la compagnia! La partita del Bari potrebbe essere divertente solo per questioni linguistiche: magari porterei anche mia moglie Lucia Ingrosso, cui il vernacolo barese scatena un’allegria irrefrenabile. Ma credo che tutto sommato opterei per la Juve: quando la guardo sperando che perda, finisce sempre per vincere. Quindi sì, sono al tuo fianco inneggiando ai colori bianconeri!

I LIBRI DI GIULIANO PAVONE

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NEMESIS, di Misha Glenny

Pubblicato: 12 aprile 2018 in Recensioni
Tag:

NEMESIS
AUTORE: Misha Glenny
TRADUZIONE DI: Ombretta Giumelli
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Baldini & Castoldi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

9 novembre 2011. Qualche ora prima di mezzanotte. Tra la fitta vegetazione della foresta atlantica sbuca una Toyota Corolla scura. Si sta inerpicando sulla collina che porta dritto a Rocinha, la più grande favela di tutto il Brasile. Un’auto di quel tenore e lusso da quelle parti non si è certamente mai vista. I tre uomini in giacca e cravatta sono avvocati, sono tutti ben vestiti e scrutano sicuri la strada polverosa davanti a loro. L’autista sembra il più vecchio. Avrà una sessantina d’anni. Il tipo accanto a lui tenta disperatamente di raggiungere qualcuno telefonicamente ma non c’è praticamente campo in quella zona. Dopo una serie di curve e stradine sterrate in quel tratto di terra di nessuno che separa Rocinha dalle elegantissime ville di uno dei quartieri più lussuosi di Rio, da una viuzza nascosta sbuca improvvisamente un uomo che brandendo una semiautomatica intima all’auto di fermarsi. Ha indosso la divisa della Polizia militare. Ai tre avvocati non resta che scendere. Inizia una lunga contrattazione tra il tenente della Polizia militare ed uno dei tre avvocati. Motivo del contendere, l’ispezione del baule dell’auto che i militari chiedono di aprire e che l’avvocato ‒ essendo anche console onorario della Repubblica democratica del Congo ‒ pretende di lasciare chiuso essendo coperto dall’immunità diplomatica. Nel frattempo sono da poco passate le ventitré e finalmente l’uomo al telefono riesce a prendere la linea iniziando una concitata telefonata. Dall’altro lato dell’apparecchio c’è l’ispettore della Polizia civile che subito informa il suo superiore ‒ nientemeno che il segretario per la Sicurezza pubblica, capo non solo di tutte le forze di polizia ma dell’intero stato di Rio de Janeiro ‒ ottenendo il via libera per intervenire. Nel contempo i tre avvocati si son fatti convincere a risalire in macchina e seguire i militari fino alla più vicina stazione di polizia. Ma come da accordi su di loro piombano le forze della Polizia civile e inizia una forsennata discussione sul chi si debba definitivamente occupare di quello scottante caso mentre si sono alzati in cielo gli elicotteri della Polizia civile e dell’emittente televisiva “O Globo”. Alla fine tra le urla, l’adrenalina e persino le minacce armi in pugno tra i due gruppi di gendarmeria, viene intimato ai tre avvocati di rivelare il contenuto del baule della Corolla. Il baule viene così aperto e dall’interno spunta un uomo allampanato, con la camicia a righe bianche e blu e i riccioli al vento. Si tratta di Antônio Francisco Bonfim Lopes, da tutti conosciuto semplicemente come Nem, il più grande boss del narcotraffico brasiliano…
Misha Glenny è un giornalista d’inchiesta che è stato corrispondente sia per il “Guardian” che per la BBC, raccontando il crollo del comunismo e il conflitto nell’ex Jugoslavia, oltre che acclamato autore di quattro saggi. In questo suo ultimo lavoro ci racconta sotto forma di romanzo l’ascesa e la caduta di uno dei più grossi boss del narcotraffico brasiliano. Quel Nem che a differenza dei sanguinari colleghi Escobar o El Chapo Guzman, ha sposato la causa criminale solo grazie ad un debito fatto per curare una rara malattia che aveva colpito la sua figlioletta. E Glenny ci racconta l’uomo politico infatti più che il criminale, perché negli anni Lopes per la sua gente è stato soprattutto questo, e lo fa sviscerando quello che in dieci faccia a faccia fatti in carcere per due anni è riuscito a carpire da quell’uomo incredibilmente affascinante. Nem è infatti sì un criminale, ma come al solito in queste storie borderline è complicato separare nettamene bene e male. Una linea netta di confine tra legalità e illegalità in un mondo dove polizia, banchieri, politici, servizi segreti stessi sono sempre e costantemente sotto la scure della corruzione è davvero ardua da tracciare. E la bravura di Glenny è proprio questa: riuscire non certo a mitizzare un criminale, ma a mettere sul piatto una storia di dolore e povertà nella quale è praticamente impossibile (e forse inutile) alla fine identificare vincitori e vinti.

BRUNO GIORDANO, di Giancarlo Governi

Pubblicato: 12 aprile 2018 in Recensioni
Tag:

Bruno Giordano
AUTORE: Giancarlo Governi
GENERE: Saggio Sport
EDITORE: Fazi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Il sor Carlo Giordano di Trastevere ha bottega a Via delle Grotte, lì dove Campo de’ Fiori interseca piazza Farnese. Proprio dove la statua di bronzo di Giordano Bruno troneggia fiera sui tetti delle bancarelle. Ed è forse proprio per quella presenza immobile ma costante che il 13 agosto del 1956, quando gli nasce un figlio maschio, il signor Giordano decide di chiamarlo proprio Bruno, come quel misterioso filosofo. Di Bruno la mamma racconta che è nato con la palla nei piedi già mentre era dentro il suo ventre, come solo i campioni, come solo i predestinati in genere fanno. E in effetti a Bruno non sembra interessare altro fin dalla sua primissima infanzia, quando comincia come tutti allora per strada a tirare i primi calci ad un pallone tra Trastevere e Testaccio – schivando le ire dei pizzardoni di turno ‒, in quelle interminabili partite che duravano fino a che il proprietario del pallone in genere doveva giocoforza ritornare a casa attirato dalle urla della madre, o più spesso e semplicemente per il sopraggiungere dell’oscurità. Ma in genere il gioco in strada si esauriva con l’età. C’era chi abbandonava per lo studio, chi per lavoro, chi per seguire gli occhi dolci di qualche ragazzetta. Anche perché in quegli anni non c’erano le centinaia di scuole calcio che brulicano oggi. Allora persino Lazio e Roma erano sprovviste degli attuali centri sportivi di Formello e Trigoria e si allenavano in campi aperti a Tor di Quinto e alle Tre Fontane all’EUR. Per chi proprio dal pallone non riusciva a separarsi però c’era la parrocchia, che in cambio della messa domenicale offriva un cortile dove poter proseguire quella viscerale passione e qualche campetto sgangherato. E sarà proprio la parrocchia di don Pizzi, a Santa Maria in Trastevere, che fungerà da palestra sportiva ma anche e sopratutto di vita per il piccolo Bruno Giordano e per i suoi irriducibili compagni di pedata. Finché, notato da un osservatore, non viene convocato un giorno per un provino nella Lazio, dove tra oltre cento bambini può finalmente dimostrare tutto ciò che la strada e il suo innato talento in quegli anni gli hanno insegnato…
Con la prefazione di Edoardo Albinati questa biografia del campione laziale (e napoletano) Bruno Giordano scritta da Giancarlo Governi, ha il pregio rispetto ai numerosi saggi del genere di farsi leggere e di farti appassionare come un vero e proprio romanzo di formazione. Governi infatti ha la capacità di non decontestualizzare mai la storia di Giordano ‒ che man mano e in prima persona ci e si racconta ‒ da quello che è il contesto di vita che via via gli fa da sfondo. Ne emerge così, oltre che l’indubbia ammirazione e ricordo di uno dei più cristallini talenti calcistici degli anni ‘70 e ‘80, anche l’incredibile epopea umana di un uomo che tra carcere – vissuto da innocente con l’incredibile vicenda scandalo del calcio scommesse che travolse il circo del pallone alla vigilia del vittorioso mundial di Spagna ‘82 ‒, un terribile e folle infortunio subito, l’essere diretto testimone di uno dei primi assurdi e vigliacchi episodi di violenza negli stadi (la drammatica morte del tifoso Paparelli durante un derby Lazio Roma), la morte assurda dell’amico e compagno di squadra Re Cecconi oltre che varie e drammatiche vicissitudini familiari, ha saputo mantenere sempre la rotta dritta in un saliscendi di emozioni infinite che dalla polvere lo hanno sempre fatto emergere più forte e determinato di prima. Il tutto con un occhio all’Italia che sullo sfondo scorre e(in)volvendo tra contestazioni, sequestri, anni di piombo, primi vagiti di violenza ultrà, calcio scommesse, traghettando il movimento calcistico e l’intero Paese nell’era contemporanea, quella del calcio iper tecnologico e “brandizzato”. E così tra l’abbandono nostalgico ma mai retorico ad un calcio fatto di personaggi indimenticabili – Chinaglia, Re Cecconi, Maestrelli, Maradona, Costantino Rozzi ‒, e episodi e aneddoti di spogliatoi a metà tra caserme e confessionali, si giunge alla fine di questo viaggio che inevitabilmente fa un po’ da specchio alla nostra gioventù con l’immancabile occhio lucido e lo stato d’animo con il quale si salutano i vecchi amici dopo una bella, cameratesca e indimenticabile rimpatriata.


VANNI SANTONI: LA MIA INFANZIA ALL’OMBRA DEL MALVAGIO CULTO


ARTICOLO DI:
Raffaello Ferrante
Interviste a scrittori tifosi di calcio per parlare soltanto di calcio: dello stadio, della fede, dei giocatori preferiti, delle nemesi, delle figurine…e di tanti vecchi sogni: questa è la nostra rubrica “Caffè Sport”. Classe ’78, vaga somiglianza col “Pazzo” Pazzini, Vanni Santoni da Montevarchi è stabilmente oramai un bomber di razza nel panorama nazionale della narrativa. Vulcanico generatore di idee e storie, ama spaziare tra generi e progetti – autore di romanzi, cofondatore con Gregorio Magini della Scrittura Industriale Collettiva, direttore della narrativa di Tunué, firma de “La Lettura” – come un regista di centrocampo dal piede veloce e dalle idee fulminee. A Caffè Sport ci parla della sua fede calcistica e non solo. Nella foto Santoni, in assenza di memorabilia a portata di mano (essendo a Book Pride 2018), toglie temporaneamente Santa Chiara dal desktop del cellulare in favore di Manuel Rui Costa.

Cosa ha rappresentato, nella tua infanzia viola, Giancarlo Antognoni? Quanto ha influito sul tuo immaginario?
Niente. Per la semplice ragione che la mia infanzia non era viola: era, ahimè, bianconera. Mio padre e mio zio erano e sono “gobbi” e cercarono di educarmi all’ombra del malvagio culto. Mi affrancai solo il 7 aprile 1991, a tredici anni: ero allo stadio con loro e Roberto Baggio, in bianconero, raccoglie una sciarpa viola lanciata dai tifosi. Qualcosa che stava già covando in me da tempo si lacerò definitivamente e mi convertii alla giusta fede.

Il primo ricordo legato al calcio?
Da piccolo ero in fissa con Paolo Rossi. Ma è un ricordo di seconda mano: lo so perché mi è stato raccontato. Poi ci fu Platini, ma, appunto, ero plagiato. Il mio primo ricordo di calcio vero, visto dal vivo, è del 1990, poco prima della conversione: stadio Arena Garibaldi, oggi Romeo Anconetani, Pisa-Juve 1-5, tripletta di Casiraghi, doppietta di Baggio, per il Pisa segna un giovanissimo Diego Simeone.

Cosa significa essere tifoso viola?
Soffrire?

I tre giocatori nel tuo Pantheon ideale?
Roberto Baggio e Alvaro Recoba ai lati di Gabriel Omar Batistuta fa troppo fantacalcio? Cambiamo approccio allora: un bel centrocampo con Ancelotti, Zidane e magari proprio Simeone? Sennò mi piace molto anche puntare sui “grandi minori” – il Chino del resto è uno di essi – e allora potrei andare su Rapajc e Nakata, mi piacevano molto in coppia al Perugia, e allora, visto che stiamo giocando, in attacco schiererei quel matto di Edmundo.

La tua partita indimenticabile?
Bati che zittisce il Camp Nou. Secondo posto: Brescia-Atalanta 3-3, tripletta di Roberto Baggio, ultimo gol al 92’, Mazzone che esplode e corre infoiato sotto la curva bergamasca.

18 maggio 1990: Baggio va alla Juve e a Firenze scoppia quasi la guerra civile. I tuoi ricordi di quella vicenda?
Faccio di più e ti regalo un pezzo di fiction, tratto proprio da L’Ascensione di Roberto Baggio (ovviamente va letto tenendo conto che è ambientato negli anni in cui è stato scritto il libro, ovvero quasi una decina di anni fa):

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Il dialogo del padre col figlio

“Babbo, mi compri la maglina di Ibrahimovic?”
“Quel nasone? Non la vuoi invece la maglia di Roberto Baggio?”
“Di Roberto Carlos?”
“Gesù. Di Roberto Baggio.”
“E chi è?”
“Ma come chi è? Quando sei nato, eri anche per la Fiorentina!”
“Io sono per il Milan, babbo. Cassano, Kakà, Ibra, Pato…”
“Kakà ’un c’è nemmen più…”
“Torna, babbo, torna.”
“Sì, vabbé. Prima che cominciassi la scuola, dove i tuoi compagni ti hanno messo in testa un sacco di idee sbagliate, te tu eri per la Fiorentina. Cambiamo argomento, vai… E meno male che ’un t’hanno fatto diventare per la Juve!”
“La Juve ruba, babbo.”
“Uh. Meno male, per un secondo m’era preso il dubbio che ’un tu fossi il mi’ figliolo. Comunque: Roberto Baggio è un mito. È il più grande giocatore di tutti i tempi.”
“Su Topolino ho letto che era Pelè!”
“Vabbè, se t’informi su Topolino…! Comunque: Baggio era il più grande. Il migliore. Poteva fare cose… Cose che solo lui poteva: scartare una squadra intera, fare gol direttamente da calcio d’angolo, e poi, quegli stop: spesso Baggio aveva già scartato l’avversario solo col movimento dello stop. Ha giocato un po’ in tutte le squadre d’Italia, ma soprattutto con la Fiorentina. E poi era il numero 10 della Nazionale!”
“Non era Totti?”
“Guarda, non le dire nemmeno queste cose. Quello non vale un capello di Baggino, un respiro! Ah, neanche eri nato… Non conoscevo nemmeno la tu’ mamma a quei tempi, ma mi sarebbe garbato poterti far vedere il Baggio di Italia ’90, quello di USA ’94…”
“Aspetta babbo, ho capito! Baggio è quello che sbagliò un rigore!”
“…”
“Eh, babbo?”
“Sì. Era anche quello che sbagliò un rigore. Ma non c’entra nulla. Anche Baresi lo sbagliò. Anche qualcun altro, forse.” “Ma era decisivo?”
“Ora… Decisivo, via. Non esageriamo. Era importante, ecco. Abbastanza importante.”
“Allora fece una cosa grave.”
“Senti, non insistere. ’Un tu fossi il mi’ gliolo t’avrei bell’è tirato uno stonfo. Vien qui, dai un bacio ai’ babbo.”
“Te hai mai fatto a stonfi, babbo?”
“Io?”

18 maggio 1990 – Il babbo ha vent’anni. È in macchina con un amico, ascoltano Radio Blu. Alle 13:48 la notizia di un comunicato societario che ufficializza la cessione di Roberto Baggio alla Juventus, “a fronte del corrispettivo di 16 miliardi più la cessione di Buso”. Il giocatore incasserà due miliardi e cento milioni netti l’anno. Il suo procuratore, Antonio Caliendo, due miliardi. In conferenza stampa Baggio dichiara: “Era mio desiderio restare a Firenze, dentro di me so di aver fatto il massimo per restare. I Pontello però non mi hanno mai presentato un’offerta economica.” Ma Claudio Pontello rivela: “Anche stamani abbiamo offerto a Baggio un ingaggio di un miliardo, ma lui aveva già firmato ieri pomeriggio.”

“Ti rendi conto?!”
“Si sapeva, eh: si sapeva.”
“Facciamo un salto in piazza Savonarola, a vedere se c’è casino davanti alla sede?”
“Vai.”

Parcheggiano un po’ prima, c’è traffico. Già da lontano si vede il parapiglia. In breve la folla li risucchia, il babbo e l’amico sono parte di una massa di gente ribollente, sempre più inferocita; qualcuno lancia una bottiglietta, in breve tutti lanciano pietre, oggetti, quello che trovano. La polizia carica un gruppetto vicino, il babbo sta raccogliendo un pezzo di parafango e vede l’amico cascargli addosso, colpito da una manganellata alla gamba. Il poliziotto si piega per mollargliene un’altra sulla schiena, ha la visiera alzata e il babbo lo butta giù con un calcione nel viso. Spaventatissimo, tira su l’amico, scappano nella nebbia dei fumogeni:

“Gnamo, gnamo, ci si fa!”
“Ohi ohi… Che cazzata che s’è fatto…!”

“A che pensi, babbo?”
“No… A nulla… Comunque, io non ho mai fatto a stonfi. Un omo vero deve farsi valere senza usare le mani. Ricordi come ti dissi una volta, dopo che piangevi perché te le eri date con quel tu’ amichetto dell’asilo?”
“Un uomo vero non alza le mani su nessuno e non piange mai.”
“Ecco, bravo.”
“Te hai mai pianto, babbo?”

7 aprile 1991 – Al 50’ di Fiorentina – Juventus, Baggio si procura un calcio di rigore che poi rifiuta di battere e verrà fallito da De Agostini. Sostituito, uscendo dal campo raccoglie una sciarpa viola lanciata dai tifosi.

“Io? Mai.”

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Conservi qualche feticcio della tua vita da tifoso?
Devo avere ancora da qualche parte una foto firmata di Batistuta. E sicuramente a casa dei miei, ben nascosta in fondo a qualche cassetto, c’è una terrifica sciarpa della Juve – allegata a un uovo di pasqua, giuro! – che ho indossato nella mia inconsapevole infanzia.

Ti diverte ancora oggi il “prodotto calcio”?
No. Ho proprio smesso di seguirlo. L’ultima volta che sono stato allo stadio è stato per Fiorentina-Bayern 3-2, e sono già otto anni fa. Probabilmente c’entra anche l’aver scritto un libro che abbraccia così tanta storia del calcio. Per scrivere L’Ascensione di Roberto Baggio io e Salimbeni ci leggemmo su microfilm tutti i lunedì della “Gazzetta dello Sport, senza contare le edizioni degli altri giorni quando c’erano Europei o Mondiali, dai primi anni ’80 al 2010… Sono cose che tendono a saturare.

La drammatica vicenda di Astori e la settimana di cordoglio e buoni propositi seguiti credi possano avere un seguito?
L’ipocrisia del mondo del calcio e della stampa di settore, unita a schifezze securitarie come la tessera del tifoso è sicuramente un’altra delle cose che mi hanno fatto perdere interesse.

Scriverai ancora di calcio? Che storia ti piacerebbe raccontare?
Non è escluso, ma se lo farò sarà per storie marginali, di personaggi assurdi come Cherno Samba, diventato una promessa solo a causa di Championship Manager dove il suo omologo digitale era fortissimo, o Carlos “Kaiser” Raposo, il falso giocatore che si faceva ingaggiare da club di prestigio senza mai scendere in campo… Ecco, se tornerò a scrivere di calcio lo farò sicuramente a partire da personaggi marginali, o da singoli gesti siglati da figure improbabili, come la rovesciata di Maurino Bressan contro il Barça nel ’99…

Nella prossima vita, Nobel per la letteratura o gol decisivo nel terzo scudetto della Fiorentina?
Sono così scarso coi piedi che al massimo, anche in una prossima vita, potrei dare un contributo da terzino, certo mai segnare un gol decisivo. Quindi meglio i riconoscimenti letterari, anche se pure quello che mi vuoi attribuire mi pare altrettanto improbabile, anche in una vita futura e ipotetica.

I LIBRI DI VANNI SANTONI

ODIO GLI SBIRRI, di Ed McBain

Pubblicato: 3 marzo 2018 in Recensioni
Tag:

ODIO GLI SBIRRI
AUTORE: Ed McBain
TRADUZIONE DI: Andreina Negretti
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Einaudi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

1956. La città, stretta dal fiume, è immersa nel torpore della notte calda. Le finestre dei grattacieli ammiccano e si arrampicano verso le stelle dove l’onda di neon colora il cielo di rosso, verde, giallo e arancione. Mike Reardon ha il turno di sera. La sveglia lo coglie nel sonno acido e appiccicoso di umidità alle ventitré. Sente accanto a sé il corpo addormentato di May. La finestra è spalancata ma l’aria è zuppa e acquitrinosa. L’uomo controvoglia si alza. Sa perfettamente quanto tempo gli occorre per radersi, vestirsi e bere il suo caffè nero. Prima di uscire accarezza il profilo di May che gli sussurra di fare attenzione, dà un bacio ai suoi due figli, poi prende dal cassetto la sua calibro 38. Si accende una sigaretta e scende. Alle ventitré e quarantuno ‒ quando Mike è a soli tre isolati dalla sua destinazione ‒, due proiettili gli penetrano nella nuca fuoriuscendo dalla testa e asportandogli di fatto mezzo viso. Prima di toccare terra è già morto. Allertati da una telefonata anonima, due agenti della Squadra Omicidi pochi minuti dopo sono già accanto al corpo in attesa dell’arrivo dei colleghi dell’87° distretto, sotto la cui giurisdizione il corpo è stato rinvenuto. La zona un tempo fiorente e signorile, crocevia della città, è oramai da anni retrocessa a sudicia latrina in totale decadimento, abbandono e degrado. L’aria calda e fetida di urina e le mosche impazzite sul cadavere fanno il resto. I due agenti sentono una macchina frenare e accostarsi a loro. Dall’auto scendono Carella e Bush dell’87°. Si accucciano accanto al cadavere e con la torcia lo cominciano a ispezionare. Steve Carella guarda la nuca sfondata dell’uomo. Poi chiede ai colleghi di girarlo. Quando la torcia illumina il viso dell’uomo Bush inghiotte a vuoto e si sente mancare. L’uomo brutalmente ucciso è il loro collega Mike Reardon…
Con la prefazione di Maurizio de Giovanni – che rende onore e omaggio all’autore che più di tutti ha segnato la sua giovinezza e la sua futura formazione letteraria ‒, tornano in una nuova e fresca ristampa i delitti e le avventure del detective Steve Carella e della sua mitologica squadra dell’87°, partoriti a partire dal 1956 dalla penna geniale di Ed McBain, tra i migliori rappresentanti del genere poliziesco dell’hard-boiled. Lo scrittore, scomparso nel 2005, già in questo suo esordio mostrava tutti i tratti della sua scrittura futura. Un testo asciutto, descrittivo, a tratti quasi anatomico ma al contempo vivo e pulsante abbellito dalle immancabili venature di humour nero dei suoi protagonisti. In questa prima avventura, sotto il comando del tenente Byrnes la squadra si trova impegnata a risolvere il caso del misterioso assassino che sembra prendere di mira proprio gli agenti del distretto 87. E lo fa vigliaccamente, nel loro momento di minor difesa. Come la prima vittima, l’agente Mike Reardon, brutalmente freddato con un colpo alle spalle pochi minuti prima di prendere servizio. Ma la furia omicida sembra non avere fine e arriverà direttamente a Steve Carella e a quanto di più caro l’uomo ha al mondo. Un ottimo modo per rileggere o ‒ per chi ancora non lo conoscesse ‒ scoprire un autore che ha regalato al genere un’inconfondibile e personale impronta.


LA PIÙ ODIATA DAGLI ITALIANI
AUTORE: Davide Bacchilega
GENERE: Romanzo
EDITORE: Las Vegas, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Fine maggio. Bologna. Centro storico. Dopo la fine del campionato, prima dell’inizio della nuova stagione, nella solita taverna che tante ne ha viste, Vincenzo Sarti festeggia con il suo fidato staff il fresco e inaspettato quinto posto. Il suo calcio champagne ha portato in tre anni il suo Bologna dall’ultimo posto all’Europa incantando il popolo pallonaro in toto, critici e scettici compresi. Ma lui ama alzare l’asticella sempre oltre il limite e già per la stagione successiva parla oramai inesorabilmente di scudetto. Loro lo ascoltano, gli tengono dietro, lo assecondano, innalzano i calici. A raggelarlo ci pensa Paolo Barbieri, preparatore atletico e compagno di tante battaglie. Finché ci saranno quelli là, quelli con la maglia a strisce bianco e nera, non ci sarà possibilità per nessuno, tantomeno per loro. Sarti sa perfettamente che è così. È che lui proprio non ce la fa a digerire quella squadra, tutti proprio non ce la fanno a non detestare la Fottuta Signora Football Club. Almeno fino a che non ti convoca il rampollo di famiglia in persona offrendoti tre milioni di stipendio a stagione…
Scrivere su e di calcio non è mai facile, e difatti l’inflazionato mondo delle lettere ‒ eccetto le biografie, che fanno corsa a sé ‒ non eccede certo di romanzi sul tema. Recentemente solo Marco Marsullo si è cimentato con una storia ambientata nel mondo del pallone, peraltro con ottimi risultati. E un po’ sulla falsariga di quel fortunatissimo esordio che il romagnolo Davide Bacchilega si cimenta con il suo terzo romanzo. Lì avevamo un allenatore à la Mourinho qui siamo davanti allo zemaniano ‒ o, come si direbbe oggi, sarriano – Vincenzo Sarti, mister in ascesa che il mondo incanta con il suo calcio spettacolo e il suo filosofeggiare fuori e dentro il campo. Uomo di provincia, tutto casa, moglie, figlio, amante e staff, che s’è sudato con la gavetta le prime pagine dei giornali e i primi contratti milionari. Impeccabile soprattutto per quel che riguarda il nemico numero uno, quella innominata squadra bianconera di Torino, la Fottuta Signora Football Club, che il mondo fa tremar a suon di vittorie, trofei e maldicenze e che, ironia della sorte, proprio a lui ha deciso di affidarsi per ritornare a vincere dopo un mini-ciclo di tre anni senza vittorie. Cosa fare? Accantonare l’amor proprio e la propria integrità morale abbandonandosi al nemico e rimpinguando il portafoglio o rifiutare e salvare faccia e onore? Ai lettori ovviamente l’ardua sentenza. A noi le lodi per un romanzo divertentissimo, scritto ottimamente, con dialoghi e ritmo fulminante che racconta perfettamente vizi e vizietti del mondo del pallone mostrando il “dietro le quinte” di quel circo tra calciatori/prodotti da vendere al miglior offerente, mamme manager esilaranti, procuratori senza scrupoli, giornalisti falliti in cerca di gloria e presidenti come boss della malavita, squali pronti a tutto pur di riempire bacheche e portafogli.


L’UOMO CHE INSEGUIVA LA SUA OMBRA
AUTORE: David Lagercrantz
TRADUZIONE DI: Laura CangemiKatia De Marco
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Marsilio, 2018
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Istituto penitenziario di Floberga. Braccio B di massima sicurezza. Ore diciannove e trenta in punto. L’agente Alvar Olsen, il capo delle guardie, ha appena incrociato Lisbeth Salander nel corridoio. Ha fogli tra le mani che le agita sotto il naso, ma la ragazza è distratta da qualcosa che avviene alle sue spalle e non lo sta nemmeno a sentire. A quell’ora infatti Floberga per pochi minuti diventa terra di nessuno, complice il trambusto provocato dal treno merci che passa sferragliando e ululando a pochi metri dalla prigione facendo rimbombare pareti e inferriate e sopratutto complici quei pochi minuti prima della chiusura delle celle sfruttati abilmente dalle detenute per scambiarsi minacce, promesse, ritorsioni o vere e proprie violenze. Ed è proprio ad una di queste che sta assistendo Lisbeth mentre Olsen continua imperterrito a parlarle di test e profili psicologici. Qualcuno infatti sta schiaffeggiando la bella Faria Kazi, una detenuta proveniente dal Bangladesh. Lisbeth non ha bisogno di vedere chi è l’autrice di quelle percosse, perché già sa di chi si tratta. Sicuramente c’è Benito dietro quel sopruso. Benito, al secolo Beatrice Andersson, è la boss incontrastata del braccio B e da qualche tempo ha preso di mira Faria. Ma quando la ragazza indica la cella a Olsen, la situazione è già ritornata alla normalità. Figurarsi, li dentro è così che funziona e quel cacasotto di Alvar è assolutamente soggiogato dal potere di quella criminale. D’altronde lui ha provato a tenere le redini di quella prigione ottenendo in passato rispetto e considerazione, ma dopo che la moglie lo ha lasciato solo con la figlia piccola e dopo sopratutto le minacce ricevute proprio da Benito nei confronti della bambina, all’agente son rimasti solo i sogni di un nuovo e diverso lavoro lontano il più possibile da tutto quello schifo. Lisbeth lo sa. Conosce perfettamente le debolezze di quell’uomo e seduta nella sua cella riflette su quello e su ciò che il suo tutore Holger Palmgren le ha detto nel loro ultimo colloquio. La strana visita di quella donna, Maj-Britt Torell, che in passato era stata segretaria presso la clinica psichiatrica infantile dove lei era stata ricoverata da bambina e alcuni misteriosi documenti che le aveva lasciato e quel suo passato che torna prepotente a tormentarla. Se solo avesse possibilità di accesso ad un PC collegato a internet. Forse però, a pensarci bene, la debolezza di quel rammollito di Olsen potrebbe nascondere per lei qualche vantaggio…
Quinto capitolo della saga Millenium, secondo volume orfano del geniale creatore Stieg Larsson, prematuramente scomparso nel 2004, volume affidato come il precedente al giornalista David Lagercrantz – già, proprio quello della bio di Zlatan Ibrahimović – che con il benestare della famiglia ha intrapreso l’ingrato ma immaginiamo remunerativo compito di proseguire le gesta di Mikael Blomkvist e dell’eroina Lisbeth Salander, la hacker dall’oscuro e doloroso passato. E proprio a lei è dedicato questo quinto volume. Lei, che nonostante il salvataggio di un bambino autistico e l’aver svelato un intrigo internazionale, è costretta a subire l’onta del carcere senza battere ciglio, fronteggiando il terrore che Benito Andersson semina nel braccio B tra detenute e agenti di polizia penitenziaria, ma anche all’esterno. Eppure senza mai rinunciare al proprio scopo, far luce indagando con ogni mezzo lecito o meno ‒ e con l’immancabile aiuto dell’amico Blomkvist ‒ su quell’oscuro passato che faticosamente e dolorosamente chiede sempre più spazio tra le ferite ancora aperte della sua mente. Inutile ma forse inevitabile andare a cercare ancora differenze con i romanzi firmati da Larsson. Lagercrantz compie un’operazione onesta, fatta di ottima scrittura e mestiere che inevitabilmente però lo porta (e lo porterà sempre di più in futuro) a distaccarsi dal suo monumentale predecessore, creando pur nella continuità una propria e personale voce per i due protagonisti. Una voce che forse non accontenterà tutti i fan “duri e puri” della serie, ma che pare necessaria e dopo più di un decennio oramai inevitabile.


grazie al giornalista e scrittore Adolfo Leoni per la bella chiacchierata su Il resto del carlino

IL MAESTRO, di Francesco Carofiglio

Pubblicato: 18 dicembre 2017 in Recensioni
Tag:

Il maestro
AUTORE: Francesco Carofiglio
GENERE: Romanzo
EDITORE: Piemme, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Roma. Corrado Lazzari come ogni mattina si sveglia, si lava, fa colazione. Prima osserva la tavola apparecchiata con carte e giornali. Deve mettere ordine, ecco cosa. A volte la solitudine è talmente pesante che si ritrova a misurare il perimetro della stanza coi passi, ventitré per l’esattezza. A volte crede che sia solo colpa del silenzio. In quel vecchio e austero condominio al quinto piano nel centro di Roma Corrado è rimasto solo. Già, Roma. La prima volta che ci mise piede era appena diciottenne. La guerra era finita, ma Roma era ancora in ginocchio. Lui era solo una recluta dell’Accademia di Arte Drammatica, un novizio pieno di speranza, ma quel passo per lui significava mettere piede nel mondo. Sarebbe diventato il più grande attore del Novecento forse anche grazie a quella fame, a quella tenacia, a quel sogno coltivato fin da bambino. Ora attorno a lui non un’anima, non un suono. Solo i suoi ricordi come fantasmi sbiaditi e quel vecchio archivio da mettere in ordine. C’è tutta la sua carriera lì dentro: vecchi articoli di giornali, locandine dei suoi acclamati spettacoli, copioni ingialliti. La sua vita. Corrado passa il tempo leggendo, scrivendo, ascoltando musica, fosse anche solo quel flebile suono di pianoforte che sente di tanto in tanto provenire da qualche palazzo limitrofo. Nella sua casa non entra più nessuno, tranne lei, Alessandra, la giovane ragazza che tutti i giorni gli porta il pranzo e la cena…
Quando le luci della ribalta si spengono, al più grande attore teatrale italiano del Novecento, Corrado Lazzari, non resta altro che fare i conti con se stesso, col suo passato tra rimpianti, dolorosi ricordi, cinico realismo e un palcoscenico oramai rimasto irrimediabilmente vuoto, immerso in un assordante e disperato silenzio. C’è solo la maniacale routine a fargli compagnia, l’alternarsi dei fasci di sole e luce nella stanza a scandire le giornate tutte malinconicamente identiche a se stesse, un cuore da tenere a bada e un archivio da ordinare, fatto di ingialliti e sbiaditi ricordi. Poi arriva lei, Alessandra. Giovane, timorosa, né bella né brutta finché gli serve pranzo e cena ma con un fuoco che le arde il petto, quello dell’arte, del teatro. Lo stesso che aveva animato i suoi primi passi. E i due si riconoscono all’istante: affini, simili e cominciano a percorrere un tratto di strada in comune. E quel viso anonimo, quella figura quasi fastidiosa e molesta per la sua misantropa voglia di solitudine improvvisamente si trasforma in una musa dalla luce accecante, un faro capace di illuminare per l’ultima volta quel proscenio giunto all’orlo della disperazione. La solitudine dell’ultima uscita di scena del grande artista è un affresco tutt’altro che originale ma Francesco Carofiglio lo tratteggia con grazia e con un certo ritmo, senza scadere mai nella trappola del cliché, rendendo ottimamente il declino fisico e mentale dell’uomo e la contemporanea fiamma sacra dell’arte pronta viceversa a riaccendersi quasi controvoglia per un’ultima, indimenticabile messa in scena.

REDENZIONE di Smith Henderson

Pubblicato: 17 novembre 2017 in Recensioni
Tag:

REDENZIONE
AUTORE: Smith Henderson
TRADUZIONE DI: Paola Brusasco
GENERE: Romanzo
EDITORE: Einaudi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Tenmile, Montana, anni Ottanta. Pemberton, il preside della scuola locale di quella piccola comunità di ex minatori e boscaioli, ha allertato Pete Snow, l’assistente sociale della zona. C’è questo ragazzino vestito di stracci che è stato visto dagli altri ragazzi gironzolare con fare sospetto nei pressi della scuola. Ora, dopo avergli pure morso una mano, è in compagnia dell’infermiera e pare essersi calmato. Ma con loro non pare voler proprio parlare. Pete accorre subito. Il bambino a prima vista sembra un selvaggio: denutrito, vestito di pantaloni militari e un maglione largo pieno di buchi. Ai piedi un paio di enormi scarponi. Non s’è fatto visitare ma l’infermiera ha detto che è malnutrito, ha infezioni sui piedi, puzza come un cane randagio e ha contratto probabilmente lo scorbuto. Andrebbe nutrito, lavato e sopratutto visitato. Per questo l’infermiera lascia a Pete il numero di un vecchio pediatra della zona. Pete chiede ai due di rimanere solo col ragazzo. Ha undici anni ma ne dimostra meno, si chiama Benjamin e non è della città. Pete si offre di riaccompagnarlo a casa dai suoi genitori. Prima però passa in farmacia a prendergli qualche vitamina e in un negozio per comprargli un giaccone e dei vestiti puliti. Ma il bambino si rifiuta di indossarli e scoppia in lacrime dicendo che non li vuole, che il padre non vorrebbe. Poi però cede e li indossa. Abitano a nord di Tenmile, tra i fitti boschi sui monti Purcell. Benjamin però non sa indicare a Pete nessuna strada convenzionale per effettuare il percorso a ritroso verso casa sua. Vagano così per ore finché non trovano un punto che il ragazzo riconosce. Scendono dall’auto che è ormai quasi sera e s’incamminano su per il sentiero. Mentre Pete si arrampica all’interno di quella foresta che si fa sempre più fitta preparandosi il discorso per i genitori, sente dire al ragazzo che il padre sta arrivando. Pete non fa in tempo a voltarsi per cercarlo con gli occhi che sente rimbombare nella valle silenziosa il tuono di un sparo…
Poco più che quarantenne, Smith Henderson ‒ ex copywriter e sceneggiatore di serie tv ‒ si cimenta qui con il suo monumentale esordio letterario. Un’opera di oltre cinquecento pagine che, va detto, non coglie pienamente il bersaglio, soprattutto per l’eccessiva e non sempre giustificata lunghezza – che spesso trasborda in prolissità – ma che ha una sua innegabile potenza letteraria e spessore narrativo, oltre che sociale. Perché il velo di Maya che Henderson solleva è su uno di quei dolorosi temi che fanno certamente male e colgono nel segno. Pete, il suo assistente sociale che si inerpica nelle desolata e immense foreste innevate del Montana, è nel suo lavoro quasi un missionario. Idealista e meticoloso, insegue e segue i “suoi” ragazzi con una dedizione maniacale e un trasporto che va ben oltre il protocollo che la professione richiederebbe. La redenzione che prova a consegnare ai suoi piccoli e disagiati assistiti è anche la sua, visto che nel privato Pete ‒ a dispetto del cognome Snow ‒ è in realtà esattamente come loro, un disagiato incapace di fare i conti con le proprie ossessioni e deviazioni. L’anarchia con la quale si trova a combattere è anche la sua, le voci strozzate, flebili, capaci di urlare rabbia e disperazione sono esattamente come quelle della sua anima con cui da anni combatte. Eppure sia nel pubblico che nel privato Pete usa la stessa dedizione, lo stesso impegno, la stessa caparbietà nella ricerca di una redenzione forse impossibile da trovare su questa terra, su quella terra aspra e dimenticata da Dio. Una società e una socialità chiusa, allo sbando, autolesionista fino al paradosso dell’eremitaggio in cui il padre di Benjamin ha deciso di rifugiarsi per combattere la sua personale battaglia, incapace di connettersi in maniera costruttiva all’interno della stessa comunità ma anche col mondo esterno e con l’autorità, spesso sorda e inerme. Un magma interiore ed esteriore che Henderson padroneggia ma non fino in fondo lasciandoci comunque testimoni di un’opera di alto livello, una denuncia forte, cruda, aspra come un urlo silenzioso e delicato allo stesso tempo impossibile da ignorare.