PRIMA DI CADERE, di Noah Hawley

Pubblicato: 8 giugno 2017 in Recensioni
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PRIMA DI CADERE
AUTORE: Noah Hawley
TRADUZIONE DI: Marco Rossari
GENERE: Romanzo Thriller
EDITORE: Einaudi, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

L’Ospry 700SL, un jet privato di nove posti, è fermo sulla pista dell’isola di Martha’s Vineyard in attesa del decollo verso New York. A bordo David Bateman, cinquantasei anni, boss della Alc News, come sempre è al telefono a discutere d’affari mentre suo figlio di quattro anni JJ dorme sul sedile accanto al suo, e sua figlia Rachel di nove anni e sua moglie Maggie chiacchierano amorevolmente qualche sedile più in là. Da pochi minuti sono a bordo anche Ben Kipling, banchiere con qualche grana giudiziaria all’orizzonte, sua moglie Sarah e Scott Burroughs, un pittore che Maggie ha conosciuto al mercato qualche giorno addietro e che ha invitato a fare il viaggio con loro, vista la destinazione comune. Quando Scott riemerge dall’acqua ha un dolore lancinante alla spalla e davanti a lui l’oceano è letteralmente in fiamme. Pezzi di lamiera incandescente sono sparsi ovunque e le onde gelide gli sbattono sulla faccia. Rabbrividisce quando realizza che l’aereo è precipitato e ancor di più quando in lontananza sente il pianto disperato di un bambino: è JJ, il figlio minore di Bateman. A quanto pare dell’intero equipaggio solo loro due sono riusciti a sopravvivere. Dopo otto ore di terribili sforzi e atroci sofferenze, l’uomo e il bambino riescono miracolosamente a toccare riva e a essere trasportati per le prime cure all’ospedale di Montauk. Neanche il tempo di riprendersi e Scott riceve la visita di Gus Franklin del consiglio di sicurezza dei trasporti nazionali e degli agenti dell’Fbi. Vogliono fare luce sull’accaduto, dato che su quel volo viaggiavano dei pezzi grossi, e immediatamente Scott realizza che da quel momento per lui niente potrà essere più lo stesso…
Quinto romanzo per Noah Hawley, scrittore, sceneggiatore, produttore e sopratutto autore della pluripremiata serie tv Fargo, vero cult fra gli appassionati del genere e non solo. E la padronanza di gestione dell’intreccio accompagnata dal ritmo serrato e martellante sono proprio le peculiarità che connotano anche questo thriller mozzafiato. Una scrittura forte, sicura, capace di creare l’abito perfetto da far calzare ad ogni singolo personaggio che viene seguito e sviscerato in ogni sua più piccola piega esistenziale, proprio per cercare di dare una risposta ai mille dubbi che attanagliano protagonisti e lettori attorno a quei fatidici diciotto minuti di mistero che hanno portato a quell’inspiegabile inabissamento. E così la commovente vicenda di un eroe nell’America assetata di storie da triturare e sbattere in prima pagina, l’odissea dell’uomo qualunque capace di portare miracolosamente in salvo un bambino dalla ferocia dell’oceano, grazie al sospetto, alla malafede, alla sete di potere, grazie sopratutto al polverone mediatico da dover dare in pasto ad un pubblico sempre più affamato di voyeurismo, proprio grazie all’emittente di cui era proprietario il defunto Bateman, rischia di trascinare Burroughs nel peggior incubo della sua vita. Un’orchestra di storie, caratteri, intrecci familiari, profili psicologici perfettamente scandagliati, una sinfonia che va in levare fin dall’ouverture, dove tutti hanno almeno uno scheletro nell’armadio e dove il marcio, la follia ma anche l’amore – concesso o negato – diventano il volano di questo intricatissimo e indecifrabile puzzle. Non solo un thriller, dunque, ma un’analisi attenta e lucidissima sul potere, sulla spettacolarizzazione mediatica a tutti i costi, su quello che la solitudine, la follia, il desiderio, la frustrazione possono portare a compiere anche a costo della propria e della vita altrui. Se siete pronti insomma, allacciate pure le cinture.

SCOOP, di Enrico Franceschini

Pubblicato: 25 maggio 2017 in Recensioni
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SCOOP
AUTORE: Enrico Franceschini
GENERE: Romanzo
EDITORE: Feltrinelli, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Alla fine e nonostante tutto, ha deciso di dargli una mano. La contessa Matilde Valera del Dongo tra un Don Pérignon e un altro ha ascoltato quasi stancamente l’ex giovane e promettente scrittore, ex sessantottino oramai prossimo al baratro del dimenticatoio, nonché ex amante fugace dei bei tempi che furono Andrea Muratori lagnarsi di quanto la vita a Milano oramai gli stia stretta, non gli dia più stimoli e di quanto sarebbe bello e formativo per lui poter arricchire la sua carriera con un’esperienza dal vago sapore hemingwayiano magari come inviato e cronista di guerra in qualche esotico e selvaggio angolo del mondo. Si affretta perciò a convocare Alberto Massari, direttore di uno dei più noti quotidiani milanesi e nazionali raccomandandogli di spedire Muratori come inviato a Cusclatàn, una piccola repubblica centroamericana dilaniata pare da un orribile conflitto interno. Massari abbozza ben sapendo che in fondo quello che conta davvero in un giornale son sempre la politica interna, lo sport e la nera. Neanche il suo caposervizio, pensa, troverà molto da ridire se mandiamo in uno sperduto paesino caraibico un giornalista sconosciuto e alle prime armi. Già perché a essere convocato per quella improbabile trasferta di lavoro è si Andrea Muratori, ma quello sbagliato. E così Andrea ‒ novellino giornalista sportivo appena sbarcato nella megaredazione milanese per farsi le ossa, nonché reduce dalla figuraccia della mattina allorquando nel portare il caffè a Massari durante una delle sue prime riunioni di redazione è crollato per l’emozione miseramente faccia a terra scatenando l’ilarità di quei volponi incarogniti dei suoi colleghi ‒, prima ancora di rendersi conto di quello che realmente gli sta succedendo, si ritrova in business class, direzione Città del Messico…
Enrico Franceschini, classe ’56, corrispondente per “la Repubblica” da New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, mette in scena uno spassosissimo romanzo di formazione e iniziazione quasi goliardico/militare al mestiere di giornalista. Così lo sprovveduto giovane cronista di provincia si ritroverà sbattuto suo malgrado e grazie ad un equivoco dettato dall’omonimia, nel mondo reale della vita da inviato – quello pre digitale, fatto ancora di Olivetti, fax e code per le interurbane ‒ dove l’idealismo del pivellino di primo pelo cederà presto il passo alla ben diversa realtà, fatta di finti scoop, di bufale colossali, di cameratismo/nonnismo di colleghi smaliziati, di note spesa gonfiate, di bella vita a bordo piscina di lussuosi alberghi a cinque stelle, di mignotte e cocktail esotici. Realtà che però fatalmente alla fine finirà per trasformarlo non soltanto in un vero giornalista con tanto di pelo sullo stomaco, ma sopratutto in un vero uomo. Perché nonostante tutto lo scoop ci sarà e trasformerà per qualche mese un tranquillo paradiso caraibico nel centro nevralgico del mondo. Un romanzo capace di raccontare tutti i vizi, le malizie, i retroscena ma anche le virtù, i pregi e persino l’eroismo di un mestiere che, sopratutto in quegli anni, non poteva non affascinare sia chi di quel sogno avventuroso ne ha poi fatto una professione, sia chi ne ha goduto soltanto il prodotto finale, ignorandone i dietro le quinte, qui deliziosamente svelati. Un romanzo che parte da L’inviato speciale di Waugh – che lo stesso Franceschini cita come sua primaria fonte di ispirazione – per raccontarci uno dei più antichi e affascinanti mestieri del mondo. Perché il giornalismo rimane in fondo, come insegna ad Andrea un suo vecchio e saggio collega, “ […] il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso”.

Fore morra, di Diego Di Dio

Pubblicato: 19 maggio 2017 in Recensioni
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Fore morra
AUTORE: Diego Di Dio
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Fanucci, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Napoli. Nella chiesa di San Gregorio Armeno, Vito Pastore, inginocchiato nel silenzio della sua preghiera quasi disperata, sta pensando ora a sua nonna. Già, lei che in passato si era presa cura di lui e di suo fratello Gennaro dopo che i loro genitori erano morti. Lei così sicura di sé, sempre pronta a dare conforto e soluzioni nei momenti di difficoltà. Ecco, ora ci vorrebbe proprio uno di quei suoi consigli risolutori, pensa Vito mentre continua a intonare un laconico Padre nostro. La faccenda è seria, i conti è già da un po’ che al molo Bausan non tornano più. Negli accordi tra Finanza e camorra per spartirsi i proventi dei container illegali fatti sparire dai radar dei controlli è oramai chiaro che qualche graduato s’è messo a fare il furbo. Vito sa che non gli rimane che andare a riferire direttamente a don Salvatore ma sa anche che questo significherà firmarsi la condanna a morte da parte del colonnello Mondragone. Ecco perché ha deciso di parlare e poi immediatamente sparire. Deve prendere suo fratello e svanire nel nulla prima che la bomba esploda. Questo pensa Vito mentre sente una mano stringergli i capelli e strattonargli violentemente la testa all’indietro. Ha solo il tempo di sentire una voce femminile che gli sussurra nell’orecchio i saluti di Mondragone, prima che una lama gli recida il collo da parte a parte. Buba è già seduto al tavolo con il loro cliente Geppino il Pianurese. Alisa li ha appena raggiunti e Buba si affretta a ragguagliarla sul nuovo affare. C’è un capuziello, tal Filippo Russo, che ultimamente s’è messo a fare troppo il guappo, schiacciando i piedi a Mondragone. Tremila euro se entro tre giorni glielo tolgono dai piedi. Questa l’offerta del colonnello. Buba e Alisa accettano di buon grado. Non è lavoro che si può rifiutare. Sarà proprio Alisa a far da cavia per incastrare Russo, ma i due sicari ancora non sanno che qualcosa quella sera non andrà secondo i loro piani…
Diego Di Dio firma un noir esplosivo ad alta tensione sguinzagliando la macchina da presa per i vicoli di una Napoli sanguinosa e sanguinaria, tra sottani, androni bui e periferie oscure e desolate. Nella perenne lotta tra clan rivali per il controllo dei più lucrosi traffici sul territorio s’inseriscono due sicari imperturbabili e imperscrutabili. Sono professionisti asettici, “chirurghi” della camorra o di chiunque voglia un lavoro indolore, rapido e pulito. Così c’è l’ennesima commissione da compiere, freddare un piccolo criminale che sta alzando troppo la cresta. Un lavoro come tanti, niente di diverso dal passato. Questo almeno credono i due killer. Ma quando Buba e Alisa si trovano sul luogo prestabilito scoprono che c’è in realtà qualcuno che questa volta sta fregando loro. E in ballo c’è qualcosa che va al di la dei soliti affari sporchi, qualcosa che va oltre i normali interessi della camorra. Questa volta la posta in palio riguarda qualcosa di molto personale. Un conto in sospeso col passato che qualcuno ha deciso di saldare nei confronti della bella e spietata Alisa, la Nikita in salsa partenopea disegnata da Di Dio con tratti sicuri e decisi, tanto spietata nel suo lavoro quanto segnata dal suo recente passato. Così Di Dio non manca di farci conoscere ‒ man mano che la storia procede scaricando adrenalina ‒ quello che è il doloroso background della donna. Un memoriale fatto di frustate, violenza e cicatrici impossibili da dimenticare. Conti che Alisa alla fine non potrà più ignorare e sarà costretta quasi suo malgrado a regolare. Un noir avvincente, teso, capace non solo di scandagliare l’anima nera di una Napoli tutto sommato già vista e letta, ma anche e sopratutto di tuffarsi nel lato oscuro di personaggi che come unica colpa hanno quella di aver ricevuto in dono un destino senza speranza, senza pietà, senza possibilità alcuna di qualsiasi benché minima redenzione.


L’EVASO
AUTORE: James Patterson, Michael Ledwidge
TRADUZIONE DI: Annamaria Raffo
GENERE: Romanzo Thriller
EDITORE: Longanesi, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Malibu, California. Sono le tre del mattino quando l’anonimo furgone bianco si inerpica silenzioso verso l’esclusivo complesso residenziale di Serra Retreat. Vida Gomez controlla frenetica il suo iPhone e si tranquillizza solo quando il tecnico addetto alla sorveglianza che hanno corrotto le invia finalmente l’sms di risposta che attendeva. L’allarme è disattivato. Immediatamente Vida dà ordine agli otto uomini del cartello ‒ passamontagna neri, tute da combattimento e anfibi ‒ di muoversi. Vida guarda la casa in stile Mission Revival che si erge dietro la cancellata. Ha voglia di vomitare per la tensione ma non può permetterselo. Il cartello è stato chiaro. O porta a termine la sua missione o le fanno saltare la testa. Fa un sospiro e dopo un cenno al suo braccio destro Estefan, fanno irruzione. A cinquemila chilometri del Serra Retreat, lungo la costa ancora buia del Connecticut, nella palestra ricavata nel seminterrato, il fresco nominato padrino della famiglia Bonanno Michael Licata grugnisce per lo sforzo dell’allenamento quotidiano. Ma quel rito mattutino gli serve per non dimenticare chi è e da dove viene. Un figlio di puttana duro e spietato proveniente dai bassifondi di Brooklyn. Sbuffa quando sente l’interfono. Pensa sia quella rompicoglioni di sua moglie e non si degna nemmeno di rispondere. Mentre è steso per terra intento in un difficilissimo esercizio solleva lo sguardo e vede la sagoma di sua moglie con il suo luogotenente Ray Siconolfi. Licata sta per esplodere contro la donna per aver portato nel suo nascondiglio un estraneo, quando quello gli consegna una busta gialla dicendogli che è stata lasciata sul porticato. L’indirizzo sulla busta è quello di Michael Jr., il suo primogenito che vive in California. Nella busta c’è un iPad già acceso. Sullo schermo una luce verdognola di una telecamera per le riprese notturne che inquadra proprio la villa di Michael a Malibu. Un’irruzione. Licata ha quasi un mancamento quando vede la telecamera entrare in camera da letto di suo figlio che viene istantaneamente immobilizzato insieme a sua moglie Carla, incinta. Poi il fumo di un candelotto lacrimogeno lanciato sul letto e i due che lentamente in preda alle convulsioni soffocano in diretta. Istantaneamente a Licata cedono le mani e l’iPad crolla per terra mentre dal fondo della palestra due tipi apparsi dal nulla freddano con un colpo in pancia Ray e con il calcio del fucile frantumano i suoi denti anteriori facendolo svenire. Quando Licata si rianima scopre di essere ammanettato al tubo dell’acqua, mentre un rubinetto da cui esce gas pende dal soffitto a pochi centimetri da una candela. Da un tv al plasma alla sua destra Licata vede spuntare la faccia di Manuel Perrine, fresco e rilassato nella sua camicia bianca di seta. Il re del cartello della droga messicano lo saluta dallo schermo. Licata in lacrime lo prega, lo scongiura che questa volta non rifiuterà la sua proposta, ma Perrine gli dice che oramai è tardi, mentre il getto di gas che pende dal tubo raggiunge inevitabilmente la fiamma della candela facendo saltare per aria in un baleno Licata, il seminterrato e buona parte della sua pacchiana reggia. Michael Bennett nella sua nuova dimora, una vecchia casa colonica nel sud di Susanville in California, medita su quel suo forzato esilio. Sono già otto mesi che lui e la sua famiglia sono li. Da quando cioè quello schifoso mafioso messicano di Perinne, da lui arrestato, è riuscito non si sa come ad evadere. Ovviamente la prima cosa che ha fatto è stato mettere una taglia sulla sua testa facendo finire lui e i suoi dieci figli a vivere come un fottuto cowboy. Bennett accende come ogni mattina il suo iPhone per vedere cosa succede fuori da lì e sobbalza quando legge che Manuel Perrine è sospettato di una nuova sanguinosa guerra tra bande…
Sesto capitolo della fortunatissima serie (325 milioni di copie vendute nel mondo) partorita da James Patterson – qui coadiuvato da Michael Ledwidge ‒ dedicata a Michael Bennett, il detective qui costretto al forzato esilio insieme ai suoi dieci figli adottivi, dopo che sulla sua testa lo spietato re del narcotraffico messicano Manuel Perrine, appena evaso dopo essere stato proprio da lui arrestato, ha messo una cospicua e definitiva taglia. Perrine, dopo aver colonizzato il Messico con i suoi Los Salvajes, ha deciso di compiere la definitiva scalata all’industria della droga anche negli States e per farlo non si pone ostacoli di sorta, abbattendo in ogni modo magnati del crimine da un lato all’altro del Paese. L’FBI che ha inserito Bennett nel programma di protezione spedendolo in una fattoria in California sembra non avere a quel punto altra scelta. Michael è l’unico in grado di poter fermare quella mattanza, anche a costo della propria sicurezza, anche a costo della propria vita. Un’esca perfetta in grado di attirare Perrine e i suoi terrificanti squadroni della morte. Un action thriller disegnato da Patterson al solito senza esclusione di colpi, senza risparmiarsi e risparmiare al lettore adrenalina pura, azione, colpi di scena sangue a volontà e tensione all’ennesima potenza. Un tutti contro tutti che lascia senza fiato e dove sarà sempre più difficile alla fine distinguere i buoni dai cattivi.

Pubblicato: 8 maggio 2017 in Ho pubblicato
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NEREO ROCCO, di Gigi Garanzini

Pubblicato: 4 maggio 2017 in Recensioni
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NEREO ROCCO
AUTORE: Gigi Garanzini
GENERE: Saggio Sport
EDITORE: Mondadori, 2012
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

La mattina del 20 febbraio del 1979, a sessantasei anni, si spegneva per broncopolmonite Nereo Rocco, “[…] de profesion bel giovine”. Una malattia che si era fatta cronica grazie a difese immunitarie compromesse da un principio di cirrosi epatica. Una disdetta per il Paròn, una quercia d’uomo che proprio dal suo miglior amico, il vino, e dal suo marchio di fabbrica, la difesa, ha finito per essere tradito. Eppure se di lui ancora oggi si parla e non solo ‒ come per tanti altri campioni o mister che furono ‒ esclusivamente per i trofei messi in bacheca, ma per la sua straordinaria e straripante umanità, significa che Rocco è riuscito in quei suoi quasi settant’anni a lasciare tra i suoi compagni, giocatori, colleghi o semplici conoscenti una traccia indelebile che ancora oggi ci fa emozionare. Le prove sono innumerevoli: una su tutte una trasmissione su Raitre del 1996 in cui il conduttore Gigi Garanzini fa ascoltare ad un giovane pubblico un frammento di un vecchio nastro emerso da un qualche polveroso archivio che restituisce la voce del Paròn durante una normale seduta di allenamento. Ebbene, l’emozione palpabile in studio all’ascolto di quel nastro nel cogliere la sua arguzia, il suo realismo, la sua scaramanzia, caratteristiche che raccontano molto dell’uomo e del personaggio che è stato Rocco e della sua epoca. Tutto comincia nella sua Trieste, in via Massimiliano d’Angeli, dove nel 2007 se n’è andata anche la siora Maria ‒ fiera e arguta nei suoi 95 anni ‒ lasciando ai suoi due figli Bruno e Tito il compito di ricordare le gesta memorabili e gli aneddoti che non possono non partire dalla macelleria Rocco, vessillo di famiglia…
“Te vedi, Rico […] a Milàn son el comendatòr Nereo Rocco. A Trieste son quel mona de bechér, nel senso del macellaio”. Un mondo intero in una – delle tante – freddure celebri del Paròn, raccolte e raccontate con infinito amore e intima nostalgia da Gigi Garanzini in questo breve compendio sulla vita dentro e sopratutto fuori dal campo del gigante triestino scritto a trent’anni dalla sua morte e riproposto da Mondadori a cento anni dalla nascita. Un viaggio mai retorico nel calcio e sopratutto nell’Italia del dopoguerra, fra (molto) vino, osterie, amicizia, battute, famiglia e valori che a leggerli oggi sembrano malinconici e un po’ sbiaditi frame bianco e nero ingialliti. Eppure la forza, il carisma di Rocco raccontano ancora oggi la sua straordinaria modernità, anche mediatica, che nulla sembra invidiare ai manager multimiliardari forgiati da personal trainer della comunicazione. Scorrono così tra aneddoti di campioni – Rivera, Bearzot, Trapattoni, Cesare Maldini ‒, compagni o semplici concittadini che della schiettezza burbera e leale del Mister (“Mister te sarà ti, muso de mona. Mi son el signor Nereo Rocco”) hanno fatto un orgoglioso vanto, le immagini e le storie senza tempo di quello che in breve diviene un romanzo popolare corale, che rende omaggio a un personaggio e un professionista incredibile che è partito da Padova a bordo della sua Simca ed è arrivato a Milano prima e a Torino e Firenze poi, rastrellando successi nazionali e internazionali – oltre a qualche immancabile e dolorosa caduta ‒, senza mai rinunciare al quella proverbiale e genuina schiettezza popolare. Un’eredità preziosa, nella quale sacralità di spogliatoio e famiglia si fondevano in una cosa sola, nella quale agonismo, sudore, semplicità e saggezza erano le semplici ricette di uno sport che tanto, forse troppo ha finito per concedere a sponsor e marketing e che oggi il mondo pallonaro farebbe bene a non relegare a semplice e nostalgico ricordo.


I SEMI DEL MALE
AUTORE: Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri, Marcello Fois, Bruno Morchio, Enrico Pandiani
GENERE: Racconti Noir
EDITORE: Rizzoli, 2014
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Milano. Luglio 2014. Davide Del Prato nell’aria infuocata estiva percorre a piedi i pochi metri che lo separano dall’ingresso del parallelepipedo di venti metri tutto vetro e acciaio in cui c’è la sede del giornale. Prima di entrare si bagna i polsi e inspira profondamente. L’imbottitura a stringergli sui fianchi, la Belstaff di lino serrata fino al collo gli stanno facendo allargare la macchia di sudore dietro la schiena. Poi entra. L’addetto alla sicurezza lo saluta con un cenno del capo. Lui va dritto verso l’ascensore. Quando raggiunge l’ultimo piano sono le 10:05. La riunione di redazione del mattino è appena cominciata. Attorno al grande tavolo di vetro infatti discutono il direttore Marco La Crusca, i suoi vice, i caporedattori. Nessuno di loro nota Del Prato entrare o se lo notano decidono di ignorarlo. Davide per un attimo vedendo quel conciliabolo di servi fedeli non può fare a meno di ripensare con rabbia e struggimento a quanto ci aveva creduto il giorno della sua assunzione, all’idea di poter lavorare realmente in un giornale indipendente. Ma con l’avvento di La Crusca il cieco opportunismo era diventata l’unica reale mission di quella testata. Davide sente la voce del suo collega Miceli che sembra finalmente accorgersi di lui mentre il direttore imperterrito continua ancora con il suo inutile monologo. Solo quando vede la giacca di Del Prato aperta con l’imbottitura piena di fili penzolanti e una specie di joystick nella sua mano, smette improvvisamente di parlare… Lucia come al solito lo sta catechizzando sul comportamento da tenere una volta arrivati a casa dei suoi, sopratutto con sua madre, quando il telefono di Carlo prende a suonare. Carlo guarda il display ma non risponde, dicendo alla compagna che è solo l’ufficio, dando a intendere che non vuole seccature almeno per oggi. Più tardi, consumato il pranzo all’interno di casa Merisi il pomeriggio domenicale procede sui consueti binari diplomatico/borghesi ben noti a tutti i componenti della famiglia. Binari diplomatici dettati dall’imbarazzo della futura suocera nel ritrovarsi un genero quasi coetaneo, ma il fatto di essere il Procuratore Aggiunto, un inquirente oltretutto da tutti ritenuto brillante, è bastato per indorare la pillola. La finta armonia soporifera di fine weekend è interrotta però da una telefonata. C’è un urgenza al commissariato ma è bene che a presentarsi lì, specifica Liuzzi, ci vada solo Lucia, senza il Procuratore Carlo Sogliani… L’uomo non sa nemmeno più dirsi da quanto tempo cova oramai quell’idea. Forse da quando gliene ha parlato Luana. Ed è per questo che ogni volta che si ritrova avvinghiato a lei nel retrobottega della merceria Calypso e riconsidera il grigiore della sua esistenza, quel pensiero gli risale dalle viscere, sempre più incalzante, sempre più reale. Riusciva a sparire per un po’ quella fissa bizzarra solo davanti alle moine di suo figlio una volta rientrato a casa, ma poi i rimproveri continui e imperterriti di sua moglie che lo considerava un misero fallito, o peggio i rimbrotti e la considerazione prossima allo zero di suo suocero capace solo di ricordargli che se lavorava doveva ringraziare soltanto lui, diventavano come benzina sul fuoco o concime capace di far germogliare quell’idea rendendola sempre più rigogliosa, sempre più insistente, sempre meno facile da ignorare. Ecco perché quella mattina Ulisse, messi i piedi giù dal letto, decide che è finalmente giunto il momento di agire…
Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri, Marcello Fois, Bruno Morchio e infine Enrico Pandiani. Sei delle migliori firme del noir italico riunite in questa raccolta di cinque racconti (Bonini e De Cataldo firmano ‒ come già in due delle serie cult sulla Roma post Magliana ‒ lo stesso racconto) per mettere in scena il Male, in tutte le sue molteplici e abbacinanti forme. Da quello senza spargimenti di sangue dei colletti bianchi della finanza e del potere a quello dell’uomo qualunque stanco d’ingoiare senza fine la sua umiliante frustrazione, dal male che si nutre della disperazione di una madre che cerca la figlia scomparsa a quello che si insinua facendo vacillare una coppia figlia delle istituzioni. Non tutti i racconti in realtà tengono fede alle premesse, come spesso accade in questo tipo di raccolte nelle quali spesso “il mestiere” cannibalizza l’estro, ma nel complesso i racconti sono tutti godibili e ben orchestrati, lasciando al lettore il compito finale di interrogarsi ancora una volta su quanto labile e spesso invisibile sia il confine, il crinale che separa il bene dal male, oltrepassato il quale chiunque può trovarsi faccia a faccia con il proprio ineluttabile mostro.

LE LUNGHE NOTTI, di Domenico Trischitta

Pubblicato: 18 aprile 2017 in Recensioni
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LE LUNGHE NOTTI
AUTORE: Domenico Trischitta
GENERE: Racconti
EDITORE: Avagliano, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Il camionista col suo carico di frutta per Mentone è pronto ancora una volta per prendere la strada. La città intorno brulica di vita e rumori. Troppi rumori. Lui dà gas alla bestia, accende la compilation di Baglioni, respira l’aria estiva e sogna già il casello direzione Costa Azzurra. C’è il carico da portare al mercato. C’è Natalie, la vedova con il sesso al sapore di pesca da andare a trovare… Angela viene dal Brasile. Ora fa la puttana a Roma. Ma non rimpiange la sua vita precedente. A lei scopare piace, non lo fa come un dovere. La sua famiglia è ricca, non c’entrano i soldi con quello che fa. Ha preso casa in via Principe Amedeo, dove le prostitute odorano di porchetta e vino dei Castelli. Prende “il Messaggero” e legge il suo annuncio sul giornale… A diciott’anni si era accorta che quel seno prosperoso tutto poteva essere tranne che un handicap. Fu nel 1980 che accompagnata da una sua amica fece il primo provino per uno studio di produzione di film porno. Oggi c’è una scena faticosa. Far godere quattro uomini quasi all’unisono, ma son due ore che girano e a quello grasso non gli si rizza… Il fatto è che aveva bisogno di eroina. Perciò si era inventato letteralmente quella rapina alle poste. Ma quando era entrato negli uffici pistola in pugno per l’emozione era inciampato e qualche minuto dopo era già nella volante tra due poliziotti. Ora son già due anni che si trova in carcere…
I racconti di Domenico Trischitta, scrittore, giornalista, drammaturgo, sono minuscole schegge di vetro che ti si infilzano sotto i piedi, lasciandoti inevitabilmente il segno. Sono frammenti, più che storie, cartoline dall’inferno che raccontano il mondo di chi della propria vita non ha fatto esattamente un capolavoro. Ficcanti e immediate queste istantanee scarne, scritte in levare, con precisione chirurgica, vivisezionano solo l’essenziale e non hanno la pretesa di giudicare ma solo di fotografare l’attimo, il gesto, il sentimento di chi sembra essersi arreso ‒ magari con dolorosa dignità ‒ davanti al proprio infausto e ineluttabile destino.

INTERVISTA AD ANDREA PIVA

Pubblicato: 11 aprile 2017 in Interviste, Recensioni


Un ritorno col botto quello di Andrea Piva e del suo L’animale notturno. Ho avuto il piacere e l’onore di farmi una bella chiacchierata con lui tra passato presente e futuro…
e comunque si… l’ sigaret l’ ten!

ARTICOLO DI:
Raffaello Ferrante

Quando nel ’99 in Italia le serie tv si chiamavano ancora sceneggiati e Gomorra era solo una delle cinque città del famoso passo della Genesi, a Bari ‒ ma presto in Italia giungendo fino al Festival di Berlino ‒ esplose improvvisamente il fenomeno Lacapagira, un noir indipendente girato nel capoluogo pugliese totalmente in dialetto e realizzato a spese di un esordiente e volenteroso regista salernitano trapiantato a Bari, Alessandro Piva. In brevissimo tempo le gesta degli sciroccati Pasquale e Minuicchio divennero immortali e i loro esilaranti dialoghi in dialetto a distanza di quasi vent’anni ancora riecheggiano tra Piazza Ferrarese e Pane e Pomodoro, e non solo. A scrivere quella straordinaria sceneggiatura il fratello di Alessandro, Andrea, che ha poi scritto altri due film (Mio cognato e Galantuomini) e un romanzo prima di mollare il mondo dell’arte e diventare un professionista del Texas hold’ em e infine ritornare oggi alla letteratura. Un ritorno in grande stile che abbiamo voluto festeggiare con una piacevolissima chiacchierata.

Si può dire che L’animale notturno in qualche modo sia la summa di questa tua particolarissima biografia?
Sì, certamente si può dire. Però, sebbene gli snodi fondamentali cui va incontro il protagonista del romanzo siano più o meno gli stessi della mia vita, per me le modalità sono state assai diverse. Non volevo fare un semplice memoriale della mia vita ma piuttosto elaborarne una versione romanzata, tanto che davanti a cose troppo riconoscibili ho cercato poi di confondere le acque proprio per cercare quel distacco per permettesse al lettore di cogliere appieno la differenza tra vita vissuta e opera d’ingegno.

Scrittura e gioco sembrano essere agli antipodi. Ci spieghi quali sono invece, se ci sono, i tratti in comune?
In effetti scrittura e gioco sono due mondi molto lontani tra loro, però dipende pure da come li interpreti, perché il gioco approcciato professionalmente rispetto alla scrittura è proprio un altro universo, ma a ben guardare la letteratura si è occupata di gioco in generale molto spesso. Basti pensare a Dostoevskij, a Chiara, ad Auster… Ma anche al di fuori delle opere che ne parlano esplicitamente, c’è sempre stata una grande fascinazione da parte degli intellettuali nei confronti del gioco d’azzardo. Però sì, nel modo in cui l’ho fatto io è stato proprio difficile passare da un set all’altro perché il gioco vissuto professionalmente richiede un approccio alle cose di stampo scientifico e non umanistico, c’è bisogno di un cambio radicale di prospettiva. In comune tra loro, gioco e scrittura hanno la solitudine, soprattutto la solitudine.

Vittorio sembra avere un fuoco sacro che gli arde dentro ma che non riesce a canalizzare. Da cosa nasce questo sentimento di noia e insoddisfazione che sembra attanagliarlo?
Questo sentimento, che peraltro appartiene anche al sottoscritto, deriva in parte da un’inclinazione naturale e in parte dal contributo della sua stessa formazione letteraria. Non è un caso che Vittorio abbia come riferimenti intellettuali solo personaggi ai margini, polemici e provocatori, sempre molto critici nei confronti dello status quo. Per lui le massime forme d’arte sono espressione quasi sempre di un disagio verso lo stato delle cose, che del resto è sempre migliorabile. E senza critica non esiste progresso, per lo meno secondo la sua visione.

Sesso, droga, gioco d’azzardo. Sembra che Vittorio per vivere abbia bisogno più di adrenalina che di ossigeno, è così?
Beh, sì, è così ma fino a un certo punto. Vittorio è soprattutto un tipo spasmodicamente vitale, uno che più che l’astinenza da adrenalina sente costantemente la sedia scottargli sotto il culo. Lui ha ciclicamente bisogno di cambiare, esplorare il nuovo. Anche dove il nuovo fosse potenzialmente noioso.

Nicola Lagioia ha scritto che nella coppia Ferragamo Testini c’è molto dell’Italia di oggi. Sei d’accordo? Cosa racconta per te questo incontro anche generazionale fra i due?
Beh, di questa cosa sono rimasto piuttosto sorpreso, perché scrivendo non ci avevo pensato. Nella scrittura confluiscono spesso cose inconsce, fuori dal progetto di chi scrive, che poi fatalmente quando qualcuno le fa venire fuori in un’analisi critica spiazzano anche chi le ha scritte. E questo è esattamente il caso: nel rapporto tra Ferragamo e Testini non avevo cercato di rappresentare (non consapevolmente, almeno) un momento storico o un conflitto tra generazioni, però anche grazie al pezzo di Lagioia mi sono reso conto che questo alla fine è venuto fuori piuttosto nettamente.

Dicci della Roma che hai raccontato, che sembra essere uno dei protagonisti del romanzo, quasi un’amante per Vittorio…
Vittorio ha un po’ la fissazione di vedere in Roma qualcosa di più di ciò che di Roma si coglie dal di fuori. Per lui Roma è una vera e propria entità, un essere con un cuore palpitante, e quel cuore è fatto da ciò che nei secoli hanno lasciato in lei tutti gli uomini di intelletto, di arte e di scienza che l’hanno attraversata e l’hanno animata. E questa è una cosa che lui proprio avverte visceralmente e letteralmente, non come distaccato visitatore di museo ma proprio come un attore calato all’interno di una trama che va avanti da più di duemila anni.

Vittorio – come te, d’altronde – non è un ludopatico, uno schiavo del gioco. Che tipo di formazione anche mentale comporta un approccio laico di questo tipo al gioco?
C’è bisogno di un approccio scientifico. Per farne una professione è necessario prima di tutto riuscire a scardinare la lunga serie di pregiudizi e semplificazioni con cui categorizziamo il mondo per sorpassarne la sconcertante complessità. Il poker, inteso come gioco di strategia, necessita per l’appunto di un approccio particolare perché se studiato per esempio con i mezzi dell’uomo di lettere diventa quasi impossibile da decifrare. Nel libro ho affrontato la questione da un punto di vista quasi filosofico, mi sembrava tema di fondamentale importanza in un’epoca come la nostra, in cui la scienza sta tornando di prepotenza a indicarci vie filosofiche di decodifica del mondo. Il dibattito su cosa possa mai essere un’onda di probabilità, che è il modo in cui descriviamo oggi per esempio l’elettrone, è anche un dibattito filosofico di grande importanza.

Ho letto che potrebbe esserci un seguito alle vicende di Vittorio. Ci stai pensando?
Sì, è una cosa a cui ho pensato seriamente anche perché ho molte buone pagine delle gesta di Vittorio che sono rimaste fuori dalla versione pubblicata per questioni di economia del racconto e che potrebbero costituire l’ossatura di un secondo capitolo de L’animale notturno, poi però nel frattempo mi è venuta voglia di concentrarmi su altre storie, non so, vedremo.

Sono davvero così terribili dal di dentro i mondi dell’editoria e del cinema? O è Vittorio a essere un’intransigente idealista?
Ma no. In realtà Vittorio è un cacacazzi intransigente, uno che ancora non ha accettato l’idea di introdurre l’idea di compromesso nel proprio modo di lavorare, perché per lui l’arte che nasce senza completa libertà è schiava e forse non è più nemmeno arte. Lui è uno che ritiene di avere una sorta di missione, e il suo assioma di partenza è che se si deve fare arte la si deve fare in maniera totalmente libera, altrimenti è meglio dedicarsi ad altro. Io nella vita vera non sono così puro. Purtroppo e per fortuna.

In conclusione da barese e fan indomito de Lacapagira non posso non chiederti un ricordo o aneddoto su quel film…
Io i ricordi del film li rivivo soprattutto dalle battute mandate a memoria dalla gente che ancora dopo vent’anni mi ferma per strada citandomi questa o quella scena; e questa è una cosa rarissima e meravigliosa per il cinema, soprattutto nei confronti di un film nato in circostanze tanto anomale e con così pochi mezzi economici.

I LIBRI DI ANDREA PIVA


L’ANIMALE NOTTURNO
AUTORE: Andrea Piva
GENERE: Romanzo
EDITORE: Giunti, 2017
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

È il 26 settembre del 2006 quando Vittorio Ferragamo decide irrevocabilmente di voler diventar ricco. Dopo che a trent’anni ha toccato la vetta del successo come sceneggiatore enfant prodige nel dorato e scintillante mondo del cinema ‒ è stato prima di spaccare il naso ad un regista autoesiliandosi di fatto dal giro che conta ‒, dopo la storia naufragata malamente con Giulia, dopo una vita a cercare di spostare via via il fuoco della sua esistenza da un obiettivo all’altro, ora ha deciso in maniera limpida, lucida, matematica che l’unica cosa che può dare un senso alla sua esistenza è fare soldi. Un mucchio di soldi, subito e a tutti i costi. Perciò come prima cosa decide di investire tutti i suoi risparmi nell’affitto di un sontuoso appartamento nel pieno centro di Roma, abbandonando seduta stante il suo angusto monolocale e sopratutto le sue abitudini da povero. Eh già, perché Vittorio è convinto che la prima ed essenziale regola per diventar veramente ricco in fondo è una sola: comportarsi come se lo si fosse. Quando però dopo serate tra sesso sfrenato, droga e poker con gli amici il conto in banca comincia a stringerglisi come un cappio sempre più serrato attorno al collo, lo spettro dell’ennesimo fallimento di quell’azzardo torna a chiedere prepotentemente il conto alla sua coscienza. Che fare? A indicargli involontariamente la strada è un vecchio e misterioso senatore, habitué di un bar frequentato da Vittorio e sopratutto delle sue slot machine. Sarà questa la svolta tanto attesa da Ferragamo o si trova solo in presenza dell’inizio di una nuova fine?
Scrittore – quasi dieci anni fa l’esordio con Apocalisse da camera, che sbeffeggiava i torbidi e cinici meccanismi accademici che popolano le aule delle Università ‒, sceneggiatore (ormai vent’anni fa il boom inaspettato, ma meritatissimo, con la sceneggiatura del film culto Lacapagira diretto dal fratello Alessandro che per primo ha raccontato le periferie di una Bari nerissima e notturna, a cui è seguita la scrittura di Mio cognato e Galantuomini), poker player professionista di Texas hold’em – dal 2006 da autodidatta scala qualsiasi ranking non solo nazionale diventando uno dei membri del Sisal Poker. La vita a zig zag di Andrea Piva ricalca in qualche modo l’inquieto nomadismo interiore che attanaglia il suo personaggio Vittorio Ferragamo: sono due a cui la capa gira parecchio, in effetti, ma non hanno in comune così tanto da poterli considerare l’uno alter ego dell’altro. Ferragamo è un idealista e quando sente di aver perso la sua personale mano di gioco con il suo primo amore, quel cinema che ora sembra averlo tradito voltandogli le spalle, da giocatore d’azzardo qual è decide subito di rifarsi, chiamando un’inesorabile e definitivo all in. Punta tutto, persino quello che non ha, sull’affitto di un lussuosissimo appartamento adagiato nel cuore della grande bellezza romana – città/personaggio all’interno del romanzo a cui Ferragamo come fosse una languida amante affida se stesso, facendosi coccolare, viziare e deliziare nei suoi lunghi vagabondaggi notturni post pokeristici insonni ‒, e grazie al vecchio senatore Testini, a cui Vittorio riaccende la luce della giovinezza perduta e la nostalgia delle folli notti trascorse per casinò di tutto il mondo, e ad un suo vecchio amico, scopre l’inesorabile scientificità della statistica applicata al gioco diventando di fatto un giocatore professionista del poker online che proprio in quegli anni comincia a spopolare anche mediaticamente in Italia, importato dagli States. Ma riuscirà il nuovo status a riempirgli il vuoto da cui tutto era partito? Potrà la ricchezza vagheggiata dissipare quella noia che lo aveva allontanato dall’arte? Piva mette Ferragamo e le sue inquiete divagazioni a tu per tu col lettore, a cui l’uomo spesso si rivolge in prima persona, con una prosa vincente, caustica e ricca com’è di spunti filosofici mescolati a momenti di puro divertissement e ironia. Nel suo incedere quasi logorroico Ferragamo si mostra e ci mostra le sue e le nostre crepe interiori ed esteriori, in un percorso quasi da autoanalisi che racconta molto delle sue vicissitudini personali divenendo inevitabilmente specchio di un’Italia dove il fallimento, il riscatto, la frustrazione, i servi e i padroni, l’arte mortale – la sua – e immortale – quella della capitale – si mescolano e s’intersecano in un doloroso e vorticoso caleidoscopio che spetterà solo a noi alla fine ricomporre. Un romanzo potente, cinico, spassoso, agrodolce, su cui certamente puntare. Ça va sans dire!