MUCHO MOJO CLUB
AUTORE: Tim Willocks, James Oswald, John Connolly, Joe Clifford, Gabino Iglesias, Peter Blauner, Les Edgerton, Greg Gifune, Dave Zeltserman, Christopher Cook, Jeremy Robert Johnson
TRADUZIONE DI: Sergio Altieri, Alessandra Brunetti, Nicoletta Chinni, Stefano Galliani
GENERE: Racconti Thriller
EDITORE: CasaSirio, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Bo ed Emma Sue ne hanno passate tante negli ultimi dieci anni. Forse troppe. L’intero allevamento di pecore del loro ranch è stato appena sbranato da un puma. E lo stesso ranch mesi addietro era già stato distrutto da un incendio prima e da una tromba d’aria dopo. Ora anche le banche che gestiscono il mutuo della loro proprietà sono venute a batter cassa. Eppure il loro amore è rimasto intatto e inossidabile come la prima volta. Tanto che quando a Bo è stato offerto lavoro al ranch Double Bar e a Emma Sue un impiego come lavandaia e cuoca, lei non ne ha voluto sapere proprio per non doversi separare da lui. Così ora lei ha un’idea. Rapinare la ferramenta di Luke Jacobs e magari qualche emporio della zona per racimolare il grano sufficiente per comprarsi da qualche altra parte una piantagione e ricominciare… Gli piace tenere la casa pulita e sempre in ordine. Ecco perché ha vissuto sempre da solo nella sua dimora tra l’Oceano Atlantico e Rockaway Beac Boulevard. Ecco perché non aprirebbe la sua dimora a estranei mai e poi mai, men che meno in piena tempesta. Eppure il suono bitonale del campanello quella sera mentre seduto in poltrona si gusta il suo programma tv preferito, sembra improvvisamente riportarlo alla realtà…
Nata da un bel progetto della CasaSirio edizioni questa raccolta di racconti richiama non a caso il titolo del secondo romanzo di Joe R. Lansdale della serie di Hap e Leonard, ma anche il circolo letterario creato da Mauro Falciani, un libraio indipendente fiorentino con la “fissa” del thriller e del noir che a conclusione di una serie di incontri e presentazioni regala alla fine ai suoi iscritti questa serie di racconti inediti scritti appositamente dalle più grandi firme internazionali del genere – sì, ci sarà anche Lansdale ‒, dove il Mucho Mojo Club è l’assoluto protagonista. Undici rasoiate frutto della penna di altrettanti fuoriclasse del genere che porteranno il lettore direttamente sull’orlo del baratro.


LE TRE RESURREZIONI DI SISIFO RE
AUTORE: Cosimo Argentina
GENERE: Romanzo Fantascienza
EDITORE: Meridiano Zero, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

XXIII secolo. In un quartiere devastato dalla guerra civile che imperversa dopo la morte del tiranno di Apuleia ‒ megalopoli in preda al caos anarchico assoluto ‒ una plumbea mattina senza tempo le porte dell’ufficio della Sisyphus finalmente si aprono e sulla scena irrompe Selina Corbeves, fatalona tutta curve imburrata in una corta gonna, unghie laccate, neo conturbante sulla bocca. Cerca l’agente investigativo Sisifo Re, che seduto sulla sua poltrona girevole di fronte alla vetrata dell’ufficio le dà le spalle e l’ascolta. Ha capelli castani impazziti sul cranio, il cerone bianco sbavato a ricoprirgli il volto, il trucco nero a imbrattargli il contorno occhi e le labbra pittate di rosso fuoco. Guarda dabbasso, osserva il monolito metallico nel piazzale sottostante: lo scheletro fatto a pezzi del tiranno impiccato ancora volteggia scosso dal vento. Accanto a lui ‒ calvizie incipiente e lardo dappertutto ‒ il suo fidato assistente Oscar Orano, detto Oh-Oh. Selina ha un compito molto importante da affidare loro. Vuole che scoprano chi è l’assassino di suo marito, che verrà ammazzato la domenica successiva a mezzanotte. Sisisfo e Oh-Oh provano a cercar consiglio dal professor Guglielmo Federico Zoro, l’ultimo dei lombrosiani, che vive da anni asserragliato nella sua fortezza-studio all’interno della vecchia università. C’è tanfo di alcol etilico e acetilene lì dentro, Sisifo steso sul tavolo bianco di marmo da obitorio osserva stancamente i barattoli del laboratorio colmi di formaldeide, vipere in teche di vetro e occhi umani con nervi ottici in bella mostra. Il gobbo bavoso Roald Amunsen, capelli rossi e sguardo malefico, saltella intorno a loro con fare satanico. Lo eccita l’odore della morte. In città intanto impazzano l’odio e la follia. Quaranta milioni di derelitti che si scannano tutti contro tutti, in cerca forse di un nuovo ordine o forse no. I burattinai della guerra civile ora sono proprio i tre figli del dittatore assassinato…
Affascinante, disturbante, raccapricciante, schizofrenico, delirante. Questo il distopico mondo postapocalittico e cyberpunk che con nonchalance Cosimo Argentina ci spiattella sulla faccia in questo suo strepitoso primo capitolo di una trilogia sull’apocalisse dell’umanità. Un romanzo a più voci, nel quale i latrati farneticanti di dolore dei vari protagonisti traboccano dalle pagine insanguinate e lordate dagli ultimi brandelli di quel che resta di una umana società, intrecciandosi e concatenandosi in un’unica struggente, poetica melodia di disumana e desolante bellezza. Sisifo Re, l’investigatore narcolettico truccato da Joker, schiavo della depressione e del suo passato e il suo assistente Oh-Oh, ossessionato dall’amore perduto per la sua Dori, proveranno a dar seguito alla richiesta della splendida e conturbante Selina Corbeves che commissiona loro un’indagine sull’omicida in fieri di suo marito. E tutto ciò mentre il mondo e secoli di civiltà perduta vanno letteralmente a pezzi. Tutti ostaggi e prede di esseri infernali, metà uomini e metà cani, stigiani assetati di sangue o esseri storpi, deformi o giunoniche felliniane donne cannone. Un pastiche caleidoscopico in cui Argentina mette a fuoco in maniera mirabile tutta la sua decennale ars narrativa imbastendo e cucendo generi, stili, linguaggi, neologismi, visioni, un doppio piano narrativo con i vari protagonisti sdoppiati e ribaltati in un universo parallelo, creando alla fine un prodotto multidimensionale e dalla lingua incredibilmente vivida che ti arpiona al solito senza speranza viscere e cervello. Apuleia ‒ che sembra la Los Angeles acida e putrescente di Sin City ‒, decadente e decaduta regione, ora immensa e caotica megalopoli che riecheggia solo nei nomi delle sue città oramai la Puglia da cartolina che fu, è lo specchio triste e melanconico del post capitalismo utopico all’apice dell’autolesionismo e dell’autodistruzione. E allora cosa resterà dell’umanità dopo l’apocalisse? Forse la salvezza è nell’aggrapparsi alle ali di un angelo e provare a spiccare ancora una volta il volo. “E io? Cosa devo fare, Sisifo? Dammi una sola ragione per sollevarmi, afferrare le ali dell’angelo e spiccare un ultimo volo tra le stelle. Sisifo, me lo devi. Ho combattuto al tuo fianco e… non sono un assassino. Dori! Amore mio!”.


SHAKK
AUTORE: Antonio Gerardo D’Errico
GENERE: Romanzo
EDITORE: Falco,2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Da tredici anni ormai Youssef è tornato a casa in Marocco. Ha provato a lasciarsi alle spalle la malattia e il baratro che lo avevano divorato durante la mai dimenticata esperienza italiana cercando di ritrovare la serenità perduta e sopratutto se stesso in compagnia dell’anziano e taciturno nonno. Ora vive con lui in una casetta di campagna di due stanze. Il silenzio, il piccolo orto, le passeggiate, la spesa il martedì con lui, poche e semplici parole, piccoli gesti: questo il suo quieto vivere quotidiano. Quel giorno però una notifica sul suo profilo Facebook lo fa trasalire facendolo ripiombare all’istante nel suo recente e mai dimenticato passato. È il suo vecchio amico Mohammed, che lo ha contattato. Youssef ha un moto di commozione e in un istante mille ricordi e sensazioni gli pervadono la mente e il cuore. Ripensa con infinita nostalgia a quel loro primo viaggio da Casablanca a Torino, dove il loro vecchio amico comune John ‒ un manager della ristorazione internazionale ‒ li aveva introdotti come camerieri di rango in lussuoso hotel piemontese. Era stato allora che, facendosi coraggio, ha deciso di lasciare la sua terra per provare a rifarsi una vita dignitosa in Italia. Cominciano così i due vecchi amici a riannodare un passato che li ha formati e forgiati come uomini, il tentativo d’integrazione in una terra straniera, il legame che sembrava indissolubile, lo shock per un’improvvisa rottura e poi quella malattia che li aveva trascinati nel baratro delle loro esistenze. Un film raccontato a ritroso di quella loro toccante avventura e non solo che tanto, forse troppo, li ha segnati e mutati…
Due vecchi amici che dopo tredici anni attraverso Facebbok riannodano i fili del loro passato in terra straniera sono l’occasione e lo spunto per lo scrittore e sceneggiatore Antonio Gerardo D’Errico per raccontarci l’inestricabile e doloroso inferno di tante drammatiche storie, tutte unite dal filo rosso dell’immigrazione e soprattutto del complicatissimo percorso successivo dell’integrazione. Mohammed e Youssef un tempo “ce l’avevano fatta” e quasi gli episodi di intolleranza nei loro confronti li fanno ora sorridere dinnanzi alle tragedie quotidiane scandite da tg e tv di tutto il mondo come quella del Bataclan, dei drammatici funerali di Valeria Solesin in Piazza San Marco, delle parole pronunciate dal Papa nell’incontro coi profughi sull’isola greca di Lesbo. Loro i testimoni attraverso i cui occhi siamo costretti a interrogarci su quel dubbio ‒ in arabo appunto shakk – di quali e quante siano le storie senza voce e senza volto di chi quotidianamente e disperatamente rischia la propria vita stuprata da guerre e carestie pur di fuggire dal dramma dei propri Paesi d’origine. E allora quel dubbio diventa paura per chi sogna un futuro migliore per sé e per la propria gente ma anche dubbio e ignoranza per chi in quelle navi sgangherate stracolme di profughi disperati vede una costante minaccia di sopraffazione per le proprie terre. Il tutto in un clima di odio e confusione, sopraffazione e burocrazia, egoismo e incertezza. Un buon lavoro questo di D’Errico, proprio per la scelta di affrontare questo spinoso tema non in maniera retorica ma attraverso la bella e travagliata amicizia tra due un tempo ragazzi oggi uomini che non possono che lasciarci con un messaggio di speranza. Perché, proprio come dice Youssef riferendosi all’amico: “La gentilezza se non protegge dalle sventure almeno ripara dal malumore”.

FÚTBOL, di Osvaldo Soriano

Pubblicato: 27 febbraio 2017 in Recensioni
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FÚTBOL
AUTORE: Osvaldo Soriano
TRADUZIONE DI: Glauco FeliciAngelo Morino
GENERE: Saggio Sport
EDITORE: Einaudi, 2014
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

“El Míster”, come lo chiamavano per quella misteriosa provenienza dalla lontana Cali, dove si diceva che fosse stato prima calciatore poi allenatore, quel giorno dopo una memorabile sconfitta per tre a due – o forse era quattro a tre? – prende il ragazzo da parte e gli chiede quanto guadagna per ogni goal fatto. Il timido diciassettenne dice che gli danno cinquanta pesos e quello ribatte che ne prenderà duecento in più da oggi, ma dovrà giocare come terzino. Al ragazzo quasi crollano le gambe. Ma come terzino, se lui fa da sempre il centravanti? Ma Peregrino Fernández non sente ragioni. Prenderà il posto di quella mammoletta di Pedrazzi. Il giovane prova a farlo ragionare, cerca di spiegargli che lui in difesa non ha mai giocato ma Fernández è cocciuto come un mulo e la chiude lì. Mette così in piedi una squadra con tre difensori e lui che deve andare in avanti per rompere il gioco. Pedrazzi che è del mestiere gli dice come toccare l’avversario per sbilanciarlo e altri vari trucchi, ma oltre qualche pareggio la squadra non sembra andare. Il ragazzo è intimorito nel colpire di testa, il cambio di ruolo lo confonde e prova a spiegarlo al mister. Quello gli dice che è giovane e può sbagliare, ma se sbagliasse lui, alla sua età, sarebbe costretto a nascondersi nella foresta. Ma intanto i risultati continuano a non arrivare… È scoppiata la guerra, perciò gli ultimi due mondiali di calcio sono rimasti quelli vinti dall’Italia nel ‘34 e nel ‘38. In Argentina gli operai piemontesi ed emiliani intenti a costruire la diga di Barda del Medio erano tronfi di gloria per quel doppio successo. Con loro lavoravano anche alcuni indios Mapuches, noti per le loro arti illusionistiche, oltre che europei scappati dalla guerra. Spagnoli, polacchi, francesi, qualche inglese e naturalmente gli argentini che avanzavano verso la Tierra del Fuego. Verso aprile inattesi arrivano gli elettrotecnici del Terzo Reich, pronti per installare la prima linea telefonica dal Pacifico all’Atlantico. Insieme al cavo che inaugura l’era delle telecomunicazioni portarono con sé il primo pallone del mondo con valvola automatica, che dicono di avere inventato ad Amburgo. Lo mostrano in cantiere per suscitare l’ammirazione di tutti e lanciano la sfida. Una partita internazionale giocata contro di loro. Un ingegnere di Balvanera accetta di buon grado a nome di tutta la nazione argentina e tira su in men che non si dica una squadraccia di vagabondi e ubriaconi di ritorno depressissimi dalla Cordillera delle Ande, dove erano andati per cercare l’oro. Il coraggio dell’ingegnere si rivela neanche a dirlo catastrofico e difatti i panzer passeggiano su quei relitti per sei a uno. È allora però che i tedeschi, vista la moltitudine di nazionalità presenti tra i lavoratori, lanciano l’idea. Organizzare un campionato mondiale che suggelli il loro passaggio portatore di civiltà. Nasce così il leggendario (e introvabile in qualsiasi libro di storia) Mondiale di Patagonia del 1942…
Diciannove imperdibili perle – con la prefazione di Paolo Collo ‒ questi racconti scritti da Osvaldo Soriano, giornalista e scrittore ma egli stesso calciatore. Gioielli pubblicati postumi, capaci di rapirti, di aprirti il cuore, di farti masticare il sapore della polvere dei campacci di periferia e allo stesso modo di farti vibrare d’emozione assieme ai centomila assiepati al Maracanà, di farti godere della bellezza di un gesto atletico, della rudezza di un contrasto, di quell’immensa libertà che solo un prato più o meno verde e un pallone più o meno gonfio che rotola sanno regalare. Perché Soriano come pochi ha saputo raccontare il calcio nei suoi aspetti più umani, attraverso le gesta di campioni senza tempo o derelitti senza gloria, di personaggi indimenticabili e incredibili, dai grandissimi come Maradona agli sconosciuti mister come quel Peregrino Fernández o Orlando “el Sucio”, passando per l’arbitro William Brett Cassidy, figlio del bandito Butch Cassidy, che leggenda vuole abbia arbitrato il misterioso Mondiale del ’42 in Patagonia, per arrivare a Obludio Varela, storico capitano di quell’Uruguay capace di infliggere al monumentale Brasile l’incubo del Maracanazo. Storie, leggende, luoghi, personaggi, vicende epiche e popolari, che hanno segnato con Soriano un solco indelebile nella capacità di raccontare senza retorica il calcio nella sua essenza più pura, denudato da sponsor, interessi commerciali, tatuaggi e sopracciglia ad ali di gabbiano, social e pay tv che l’hanno via via abbellito di luci e milionarie soubrette a discapito di leggendari e indimenticabili eroi.

PORNO VOCAZIONI, di Michele Giordano

Pubblicato: 20 febbraio 2017 in Recensioni
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PORNO VOCAZIONI
AUTORE: Michele Giordano
GENERE: Saggio Costume
EDITORE: Golena, 2015
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Quando nel 1937 Edwin Herbert Land inventò la Polaroid, tutto si sarebbe potuto aspettare tranne di diventare l’involontario pioniere della pornografia amatoriale. Per la prima volta infatti orde di casalinghe insospettabili, di professionisti col vizietto, di timidi studenti ricoperti di acne potevano sperimentare l’ebbrezza dell’immortalarsi e/o immortalare scene più o meno hard senza l’imbarazzo e l’ingombro di passare per lo stampatore ed il fotografo. Fu una vera e propria rivoluzione dal punto di vista sociologico e del costume, al pari di quella portata anni dopo dal videoregistratore. I prodotti a luci rosse potevano finalmente emergere dal segreto di occhi indiscreti della camera oscura ed essere goduti, scambiati commercializzati liberamente e senza freni inibitori di sorta. Succede così che a metà degli anni Ottanta, in piena preistoria tecnologica, il regista milanese A. M. ‒ noto con lo pseudonimo di Hans Rolly ‒ diviene il più importante antesignano della commercializzazione di videocassette prima e dvd poi di hardcore amatoriale. Figlio di un maresciallo dei carabinieri, Rolly sviluppa sin dalla tenera età una sfrenata devozione per la pellicola. Proiezionista prima, montatore dopo, Rolly bazzica il cinema e il suo mondo con una dedizione al limite del feticismo, comparendo anche come attore in alcune pellicole. All’interno di questa galassia di celluloide inizia presto ad appassionarsi anche al porno, cominciando a girare l’Italia in lungo e in largo per riprendere coppie esibizioniste, commercialisti superdotati, scambisti infoiati e tutto quel microcosmo amatoriale che letteralmente esploderà da metà degli anni Ottanta in poi, fino all’avvento di internet che modificherà giocoforza l’industria e la fruizione del prodotto porno, cancellando e rendendo immediatamente vintage tutto il materiale prodotto fino ad allora. Materiale che proprio Rolly ha contribuito ad ammassare con le sue oltre trecento produzioni (si va disinvoltamente da Pane fregna e mortadella a Casalinghe tettone e figone, a Carne da monta) ma sopratutto con l’inestimabile archivio di quasi quindicimila lettere, inviategli dagli allora aspiranti attori hard. Un campionario impossibile da riassumere ma che va gustato con attenzione e persino con infinita nostalgia non tanto per ripercorrere la storia del porno, quanto quella di un’Italia ingenua, tragicomica e bacchettona e della sua personalissima rivoluzione sessuale…
Un libro che la generazione “Vestro” cresciuta a suon ‒ e non solo ‒ di “Blitz”, “Gin Fizz”, “Blue” e “Le Ore” dovrebbe custodire gelosamente, questa impareggiabile ed esilarante raccolta di centinaia di lettere inviate all’allora regista di produzioni hard amatoriali Hans Rolly e faticosamente scelte – fra le oltre quindicimila – e accorpate con l’aiuto della moglie stessa del compianto Rolly dal giornalista e scrittore Michele Giordano. Un viaggio in un’Italia provinciale e repressa dalla secolare ombra lunga del Vaticano quello in compagnia di Giordano (storico e studioso del genere e delle sue implicazioni sociologiche) davvero imperdibile che parte dall’analisi storica fino ad arrivare alle missive degli improbabili aspiranti attori, spesso accompagnate da foto esemplificative (l’autoscatto del “manzo” con la sua “dote” accanto al barattolo del Vim vale da sola il prezzo del libro), raggruppate da Giordano in enciclopedici riassunti per generi. Si va così dagli “Hardcreativi” ai “Narcisi a luci rosse”, dalle “Macchine da sesso” fino alle straordinarie “Perle di saggezza” ‒ «…mia moglie si chiama Donatella, 31 anni, mora occhi scuri altezza media bel culo, seno un po’ cadente perché ha allattato la nostra bimba. …» ‒ che raccontano molto di più del desiderio e della semplice voglia di trasgredire, ma diviene inevitabilmente specchio culturale e antropologico di un’intera società, compresa l’impareggiabile chicca finale inserita da Giordano alla voce “Savonarola”: «Vi piacerebbe vedere vostra moglie, vostra figlia, la vostra ragazza in quei filmati che girate? E se fosse una di loro ad essere scopata, stuprata, torturata? Vi piacerebbe? E se persone a voi care fossero stuprate e anche assassinate da gente eccitata da quelle immagini che girate? Ci avete mai pensato, anche solo una volta? Certo, si fanno tanti soldi ma usando gli altri come oggetti. Non sono oggetti quei corpi, sono persone non disprezzate questo avviso. Potete riempirvi il portafogli di milioni, di miliardi, ma quando morirete dove sarà il vero tesoro: l’amore? L’amore è rispetto, protezione, delicatezza, donazione». (Anonimo)


TUTTI I NUMERI DEL CALCIO
AUTORE: Chris Anderson, David Sally
TRADUZIONE DI: Luca Fusari
GENERE: Saggio Sport
EDITORE: Mondadori, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

In principio fu il Ragioniere del Calcio, un volume redatto da Cherles Reep, un contabile nato in Cornovaglia ai primi del ’900 e arruolatosi poi nell’aeronautica, che dopo aver vinto un prestigioso premio ricevette un giorno la visita di Charles Jones, capitano dell’imbattibile Arsenal di Herbert Chapman. Dopo quella visita a Rep venne voglia di applicare i propri studi al mondo che da sempre lo affascinava, quello del calcio. Voleva provare attraverso la statistica a controbilanciare il peso della tradizione, della memoria, delle impressioni personali che da sempre fondavano e fondano l’ideologia calcistica con dati questa volta oggettivi, inoppugnabili, che ci permettessero di vedere ciò che durante i fatidici novanta minuti non possiamo e riusciamo a cogliere. Era il 1950 quando Rep, armato di matita e bloc notes, annotò la sua prima partita, Swindon contro Bristol Rovers, dando così il via ad una nuova e rivoluzionaria scienza. Nella sua lunga vita Rep analizzò oltre duemila incontri. L’approccio pionieristico di Rep fu ripreso nel ’68 da Bernard Benjamin che pubblicò lo studio scientifico Skill and Chance in Association Football. Per la prima volta i dati di Rep e Benjamin dimostrarono che diversi aspetti del gioco in realtà seguivano precisi e stabili schemi matematici e statistici. Per esempio ne venne fuori che le squadre segnavano un gol ogni nove tiri effettuati, che mediamente in una partita la palla cambia proprietario quattrocento volte, che dal trenta per cento dei palloni recuperati nell’area di rigore avversaria scaturisce un tiro in porta e che metà dei gol totali dipendevano proprio da questi recuperi. Quasi sessant’anni dopo, grazie anche alla rivoluzione tecnologica, siamo probabilmente agli albori di una vera e propria rivoluzione culturale del mondo del calcio: prova ne sono i professionisti stipendiati e arruolati dalle più grosse multinazionali del pallone per cercare di carpire attraverso i numeri, le statistiche, gli algoritmi i più reconditi segreti del più spettacolare e redditizio circo sportivo del pianeta. Ma prima di scoprire quali verità sconvolgenti ci aspettano, dovrete essere disposti a mettere da parte un bel po’ di certezze, di vecchie convinzioni, di dogmi dati per certi e di frasi fatte…
Da qualche anno a decidere le sorti delle vostre più o meno pluridecorate squadre del cuore accanto agli incontrastati e tatuati idoli ‒ modellati e scolpiti da sfiancanti sedute di allenamento ‒ e allo staff tecnico si è affiancata una nuova figura professionale che nulla ha a che fare con bicipiti, ripetute e bilancieri, ma che arriva in sede armata solo di doppio petto e laptop nella valigetta. Sono i matematici del pallone, gli scienziati della statistica applicata al prato verde, invisibili ma sempre più indispensabili, spesso decisivi e presto contesi più di una “sciabolata all’incrocio” di Cristiano Ronaldo o di un dribbling ubriacante di Messi. Questi signori, grazie a software e algoritmi molto complessi, sono capaci di vivisezionare i novanta minuti di un qualsiasi incontro sfornando dati e statistiche sempre più indispensabili per presidenti e amministratori delegati non soltanto per valutare acquisti e strategie di campo ma persino per decidere l’allenatore da far accomodare in panchina. Non ci credete? Provate allora a maneggiare – con molta cura – questo sorprendente saggio di Chris Anderson e David Sally (esperto di statistica il primo, economista comportamentale l’altro) e scoprirete per esempio che il quarantaquattro per cento dei gol sono frutto solo della fortuna, che segnare un gol rende in media un punto a partita ma nel contempo non prenderne in media frutta due punti e mezzo – quindi più del doppio che farne uno. Non vi basta? Allora sappiate che se siete in svantaggio, il vostro Mister per avere il cinquantadue per cento di possibilità di rimontare deve effettuare il primo cambio entro il cinquantottesimo minuto, il secondo entro il settantatreesimo e il terzo entro il settantanovesimo. Per non parlare del possesso palla, degli stipendi, delle espulsioni, delle punizioni, dei calci d’angolo e dei calci di rigore. Insomma se volete proiettarvi nel calcio del futuro, lasciate il vostro credo in qualche soffitta ammuffita, prendete carta, penna e smarthpone, studiatevi questa Bibbia 2.0 del pallone e le domeniche per voi e i vostri compagni di poltroncina allo stadio o divano davanti alla tv vi assicuro, non saranno mai più le stesse.


Gli occhi di Borges
AUTORE: Giovanni Ricciardi
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Fazi
2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Gennaio. Roma, quartiere Esquilino. Anita è incerta sul da farsi. Contempla nervosamente la notifica di richiesta d’amicizia su Facebook che le è appena arrivata dall’uomo conosciuto a quella festa. Anche l’oroscopo di quella mattina sembra parlare chiaro. Dopo anni di tormento è ora di trovare finalmente il coraggio di riprendersi la sua vita e di tornare a volare. D’altronde suo marito non se la spassa impunemente da anni con ragazzine dell’età di sua figlia? Certo quell’avvocato conosciuto su una terrazza di piazza Vittorio che faceva molto La grande bellezza sembra la personificazione del banale, ma in fondo si era dimostrato gentile e premuroso, e lei ora solo di quello sente di aver davvero bisogno. Il tormento per quello che sta succedendo a Vanessa la sta divorando. Dalle vacanze natalizie quella ragazza è profondamente cambiata. Vive praticamente segregata in camera sua senza voler più né vedere né sentire nessuno. Un cambiamento tanto brusco e repentino da non poter essere liquidato con il semplice turbamento dovuto all’età. C’è qualcosa d’altro che la sta devastando, un tunnel che sembra aver imboccato e di cui nemmeno si intravede l’uscita… Buenos Aires. Al suo arrivo al ristorante, Ottavio Ponzetti trova già seduti a tavola due uomini e una donna. Sono un funzionario italiano, un alto ufficiale della polizia argentina e una misteriosa fanciulla che gli è stata presentata col nome esotico di Evita e sulle cui grazie oltretutto Ottavio nota subito posarsi per tutta la durata della cena lo sguardo di suo genero Jorge. Vogliono capire se il commissario è intenzionato a confermare che il cadavere visto poche ore prima nell’obitorio non corrisponde secondo lui a quello di Andrea Perfetti, l’assassino del famoso tanghero sudamericano Marcelo Morin, a cui lo stesso Ponzetti ha dato la caccia sei anni prima e di cui pare che lo stesso Perfetti, ghostwriter trasformista, abbia poi preso le sembianze andando proprio a rintanarsi in Argentina. Oltretutto la misteriosa Evita ha qualcosa di ancora più clamoroso da confessargli a fine cena, l’incredibile scomparsa del Fervor de Buenos Aires, un’opera introvabile e rarissima del poeta Jorge Luis Borges…
Torna il commissario Ponzetti, fortunato protagonista della vivida penna di Giovanni Ricciardi, questa volta costretto suo malgrado ad indagare su un doppio binario tra l’Italia e l’Argentina. Una sua vecchia conoscenza infatti torna a farsi viva nella sua vita, quell’Andrea Perfetti che già nel quarto episodio della serie, Portami a ballare, gli aveva dato filo da torcere. Questa volta sembra essere direttamente collegato alla scomparsa di un rarissimo volume di poesie di Borges ma troppe cose nella vicenda ‒ tra astrologia, letteratura ed esoterismo ‒ al commissario sembrano non tornare. In contemporanea si sviluppa la vicenda di Vanessa, adolescente solare della Roma “bene” che improvvisamente dopo uno stage da un astrologo di riviste patinate sembra aver perso improvvisamente la voglia di vivere gettando nello sconforto sua madre Anita, già in evidente crisi di mezza età e il suo assente padre. E così, tra colpi di scena e una matassa che sembra ingarbugliarsi via via che la vicenda entra nel vivo, starà all’acume del solito Ponzetti provare ancora una volta (e a modo suo) a venirne a capo.

CARNERA di Milorad Popović

Pubblicato: 17 gennaio 2017 in Recensioni
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CARNERA
AUTORE: Milorad Popović
TRADUZIONE DI: Teresa Albano
GENERE: Romanzo
EDITORE: Besa, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante
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È l’ultimo match del programma. La finale del campionato mondiale jugoslavo. Ad attenderlo nell’angolo questa volta c’è il favorito del pubblico belgradese, il quattro volte campione dei Balcani Bane Sovrić, pugile esperto tra i pesi massimi locali, dotato di un’ottima tecnica. Carnera neanche lo guarda. Vicino a lui quello sembra un ragazzino malnutrito, l’ennesimo da mandare giù non oltre la seconda ripresa. Tutti spazzati via con lo stesso slancio, con la stessa furia, prima ancora che prendano confidenza con il ring. Ma Sovrić lo manda a vuoto al primo assalto e con un gancio sotto lo stomaco gli taglia immediatamente il fiato. Carnera barcolla sulle enormi gambe e sente le tavole del pavimento scricchiolare. Dal suo angolo sente Marco il Nero che lo incita chiamandolo col suo nome di battesimo, Trifun. Carnera, che s’è conquistato sul ring quel soprannome, pensa che soltanto sua madre lo chiama così. Il pubblico intanto si scalda, urla. Carnera si avventa sul suo avversario, prova a tirargli un diretto con tutta la rabbia che ha in corpo ma il colpo va a vuoto e il gigante finisce sulle corde, come un orso ferito. All’inizio della seconda ripresa un altro terribile colpo al plesso lo manda quasi in ginocchio. Nell’angolo, prima del terzo round, Marco il Nero è furioso, lo incalza, lo esorta, e solo dopo il gong si accorge che Carnera non lo ha nemmeno sentito. Parte a razzo sul campione e questa volta gli esplode un diretto al naso che lo fa letteralmente volare al tappeto. L’arbitro conta, troppo lentamente però e quello si rialza e si fa più guardingo, ora sente spalle e mani indolenzite e pare che nel corpo del gigante ad ogni colpo colpisca ferro fuso più che ossa e muscoli. Tutti oramai sono solo in attesa che Carnera esploda il colpo definitivo ma il gong suona cinquantacinque secondi prima della fine del terzo minuto e pone termine al match. L’aria puzza maledettamente di imbroglio oramai e la vittoria data ai punti a Sovrić non fa che confermarlo…
Un romanzo particolare quest’esordio del montenegrino Milorad Popović, vincitore nel 2012 del prestigioso “Meša Selimović” come miglior libro di narrativa dell’area linguistica serba, croata, bosniaca e montenegrina, capace di raccontare la storia travagliata e le innumerevoli cicatrici del suo Paese attraverso le gesta di un pugile quasi leggendario soprannominato Carnera per la sua imponente stazza, che nel periodo del socialismo jugoslavo per un imbroglio vede sfumare il sogno della definitiva consacrazione da dilettante a campione. Un gigante capace di picchiare come un ossesso sul ring ma privo di ingegno e determinazione che nella seconda parte del romanzo, incrocia il proprio destino con quello di un altro protagonista della storia, un traffichino croupier che attraverso le sue infinite peripezie e vicissitudini ci mostra il vero attore protagonista del romanzo. Quel Montenegro afflitto e dilaniato dalle infinite guerre e scontri fratricidi succedutesi nei Balcani a partire dalla Seconda guerra mondiale fino all’attacco di Dubrovnik durante gli anni Novanta e anche oltre. Conflitti sanguinari che hanno letteralmente trasformato la geografia e l’identità di un territorio che è passato da Repubblica Federale Socialista Jugoslava, a Repubblica Federale Jugoslava, fino a Serbia e Montenegro e infine a Montenegro. Un contesto in cui il pugilato diviene quindi la grande metafora globale capace di raccontare le vicende di tanti singoli uomini ma sopratutto quella di un orgoglioso e tormentato popolo.


IL RISVEGLIO DELLA NOTTE
AUTORE: Francesco Lugli
GENERE: Romanzo Noir
EDITORE: Novecento, 2016
ARTICOLO DI: Raffaello Ferrante

Franco Giannoni sa di essere sull’orlo del precipizio. Nemmeno a casa riesce più a tornare dopo che quella bastarda di Aida, sua moglie, l’ha abbandonato al suo miserabile declino lasciandogli solo il mesto e logorante ricordo dei bei tempi andati che furono, di una ragazza acqua e sapone trasformatasi nel tempo in una sexy panterona infagottata in completini troppo attillati e chili di botulino e superficialità. Oramai al caos deprimente della sua abitazione milanese lui preferisce la tranquillità di quello che è rimasto del suo allevamento vicino Settimo Milanese. Qui Giannoni, una bottiglia e una Beretta a tenergli compagnia, riflette oramai da mesi sul da farsi. Le lettere di Equitalia a ricordargli il vortice delle sue voragini finanziarie prossime oramai a inghiottirlo, la sua storica macelleria – un tempo fiore all’occhiello per i clienti della Milano “bene” – anch’essa vicina all’inevitabile bancarotta e poi per l’appunto quella cagna di Aida che ha preferito salire sul carro di un altro vincitore non appena aveva fiutato l’aria di dissesto e disperazione che aveva preso possesso del suo ex marito. Riflette su tutto ciò Giannoni quando un rumore dall’esterno lo fa sobbalzare. Neanche il tempo di rendersene conto che un’ombra seguita da altre due losche figure sbuca all’interno della sua proprietà. Il conflitto a fuoco che ne segue è talmente rapido e repentino che quasi Franco non si rende conto alla fine che l’uomo riverso ai suoi piedi in una pozza di sangue è caduto sotto i colpi mortali esplosi proprio da lui. I due sicari che lo stavano inseguendo sono sorpresi dalla sua prontezza di riflessi e certo ora quell’uomo con la stazza da wrestler che ha salvato loro la vita va ricompensato. Gli allungano perciò un mazzo di banconote come risarcimento per quel bordello avvenuto in casa sua, ma soprattutto gli lasciano un numero di telefono che solo se vorrà potrà cambiargli per sempre la vita…
In una Milano nerissima, gelida e cupa all’ennesima potenza, lo scrittore giornalista e copywriter Francesco G. Lugli, nella collana Calibro 9 diretta da Paolo Roversi, mette in scena il suo personalissimo romanzo criminale in salsa meneghina. Un noir potentissimo che ci mostra la discesa agli inferi di un uomo qualunque trasformatosi per necessità in un gelido sicario della mala. Mentre infatti a Milano impazza una sanguinosissima guerra tra clan rivali un macellaio disperato, sull’orlo della depressione, vessato dai debiti, abbandonato in malo modo dalla moglie, trova improvvisamente per uno strano scherzo del destino proprio nel clan della potentissima famiglia Duca, capeggiata dal sanguinoso Gelindo Trabucco detto il Gelido, tutte le risposte a quella sorte infame che pare averlo preso di mira. Una catarsi sanguinaria quella che compirà Giannoni, che nel dramma esistenziale di chi non ha più nulla da perdere mette da parte coscienza e moralità e si abbandona al suo personalissimo riscatto nei confronti dell’esistenza. Nulla per lui sarà più lo stesso perché nulla l’uomo sa della parte più oscura e sconosciuta della sua anima. Lugli dirige molto bene i suoi personaggi, forse abbondando un po’ troppo in descrizioni lì dove invece l’azione andrebbe lasciata a briglia sciolta, ma è solo un dettaglio in un lavoro ottimamente congegnato e orchestrato, capace di imbrattare e far riflettere anche le anime più linde e pure che lo vorranno seguire all’inferno, fino al fatidico risveglio al termine di questa nera e lunghissima notte.


ORECCHIETTE CHRISTMAS STORI SCELTO TRA I CINQUE ROMANZI DI SCRITTORI BARESI ( LAGIOIA, LATTANZI, VIOLA, CAROFIGLIO) PER IL TALKING BENCH

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