CR7 – La biografia, di Guillem Balague

Pubblicato: 27 giugno 2019 in Recensioni
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CR7 – La biografia
Autore: Guillem Balague
Traduzione di: Elena Cantoni
Genere: Saggio Sport
Editore: Piemme, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Dodici anni. Le maniche della divisa troppo larga che gli ricoprono le mani. Il suo marcatore diretto è alto due spanne più di lui, così come tutti i suoi avversari. All’Accademia dello Sporting Club di Lisbona infatti non ci sono giocatori inferiori ai quattordici anni. Ma agli osservatori basta vedere e soprattutto sentire quel ragazzino chiamare il suo diretto marcatore “bimbo” per andare in ufficio a preparare il primo ingaggio di Cristiano Ronaldo. Stessa impressione che suscita nella partita inaugurale a Manchester contro il Bolton, risultando alla fine, neanche a dirlo, il migliore in campo. A Madrid per la sua presentazione al mitico Santiago Bernabeu erano in novantamila ad accoglierlo. Eppure la sua carriera – a dispetto di quello che sembra – non è stata sempre rose e fiori. A Madrid, in uno spogliatoio di star, ha dovuto faticare per imporre la propria leadership. Dopo avere sentito dire a Marcelo che Messi era il migliore al mondo il portoghese non gli ha parlato per un anno. E lo stesso presidentissimo Florentino Pérez non l’ha sostenuto e supportato appieno come il campione portoghese avrebbe voluto. Ecco perché dopo che per tre estati di fila Ronaldo ha minacciato di lasciare il club, dopo quattrocentocinquanta gol, dopo aver segnato da solo il quaranta per cento dei gol del Madrid e dopo aver vinto la quarta Champions League il matrimonio alla fine è definitivamente naufragato. L’unica cosa ancora non nota era chi si sarebbe fatto avanti per ingaggiare un giocatore ancora tanto decisivo ma pur sempre di trentatré anni. Ma proprio quell’ultima Champions avrebbe svelato l’arcano grazie a quello splendido gol in rovesciata che Ronaldo aveva fatto davanti agli occhi esterrefatti dei tifosi dell’Allianz Stadium, che pur da avversari non avevano potuto esimersi dall’alzarsi tutti in piedi per regalare a quel fenomenale campione la meritata standing ovation. Ecco, Cristiano Ronaldo avrebbe proseguito la sua incredibile carriera ripartendo proprio dalla Juventus…
Guillem Balague, giornalista tra i più noti di Sky Sport Spagna nonché biografo ufficiale di Lionel Messi, aggiorna e dà alle stampe la sua biografia non autorizzata su CR7 dopo il clamoroso passaggio alla Juventus, integrando un libro che già quando è uscito nel 2015 non è stato esente da critiche, anche da parte dello stesso entourage di Ronaldo. Balague infatti esamina soprattutto l’uomo che si cela dietro la maschera da supereroe che negli anni CR7 ha saputo costruire, mettendo l’accento su tutte le sue fragilità, vulnerabilità che negli anni hanno rappresentato però per lui lo stimolo sul quale lavorare per spostare l’asticella del successo oltre la soglia della perfezione. Un lavoro mentale prima ancora che fisico che parte da molto lontano, da quando, figlio non voluto di una poverissima famiglia di Madeira, gracilino calcava i primi polverosi campetti di Funchal, sempre e costantemente alla ricerca di approvazione e spasmodica attenzione. Un Robocop costruito in palestra grazie alla volontà, all’ossessione e alla tenacia ma sempre tenendo a bada quelle debolezze che hanno fatto da contrappeso al suo smisurato ego. Insomma Balague annotando testimonianze, intervistando amici, persone a lui vicine, ex allenatori, non vuole costruire l’ennesimo santino di CR7 il campione, ma prova a scavare dentro l’uomo per restituirci un quadro il più realistico, onesto e completo possibile su uno dei maggiori fenomeni non solo calcistici degli ultimi vent’anni.

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Una favola, di Edoardo Romanella

Pubblicato: 5 giugno 2019 in Recensioni
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Una favola

Una favola
Autore: Edoardo Romanella
Genere: Romanzo
Editore: Le Mezzelane, 2019
Articolo di: Raffaello Ferrante

Princeton, New Jersey. Piove a dirotto già da qualche minuto quando Gus sente bussare alla sua porta. Sua madre è sotto la doccia e tocca a lui andare ad aprire. La ragazza è fradicia e sembra spaurita. Gli dice di avere avuto un guasto alla macchina. Gus la fa accomodare e i due si intrattengono per un po’ in una piacevole conversazione. Ma dopo qualche minuto quella che sembrava essere una dolce e remissiva fanciulla si trasforma improvvisamente in una strega, come nei suoi peggiori incubi infantili. Gus non crede ai suoi occhi e nonostante la paura che lo attanaglia riesce a colpirla con un attizzatoio facendola fuggire ma senza lasciare traccia alcuna. Cosa diavolo ha mai visto? Si tratta di un’allucinazione o c’è dell’altro?… Roma. In un liceo come tanti il professor Romagnoli è intento a spiegare Cent’anni di solitudine ai suoi studenti ma una strana inquietudine si impossessa di lui quando si accorge di aver confuso non solo l’autore ma persino il finale di quel capolavoro. Non gli è mai successo. Forse è colpa di quelle due che non la smettono di chiacchierare in fondo all’aula come se lui non ci fosse? Prova a riprenderle ma una delle alunne lo spiazza rispondendogli a tono davanti a tutti e facendo vacillare in un attimo tutte le sue certezze. In un attimo Romagnoli si sente come denudato. Davvero la sua esistenza è ridotta solo a quello? Vivere come un automa inanellando giornate senza il benché minimo senso?… New York. Alla Us&Them Company regna il solito trambusto. Gli impiegati intenti a vendere azioni, il sottofondo delle tastiere dei computer, le urla dei dipendenti al telefono. Robert Moore è l’unico fermo al centro di quel quadro impazzito in delirante movimento. Sguardo fisso nel vuoto, spento, perso. Sta domandandosi cosa ci fa ancora lì tra quegli squali, prendendo in giro clienti e soprattutto se stesso da anni, ingoiando angherie di superiori e colleghi che da sempre non fanno altro che umiliarlo. Quel pensiero che da qualche tempo gli si sta facendo sempre più pressante nella mente. Punirli! Ecco cosa darebbe realmente senso alla sua esistenza. Punire tutti ad uno ad uno, magari partendo proprio da quella Rachel che qualche minuto prima lo ha deriso davanti a tutti…Opera prima col botto per il giovane marchigiano Edoardo Romanella, che dà vita al suo personale bestiario di capitale disumano, dando fondo a quasi trecento pagine di pura adrenalina e ritmo e miscelando generi e teorie come un veterano senza perdere mai il filo della narrazione. Un romanzo a suo modo filosofico sul senso stesso della vita, che per struttura e intreccio ricorda per certi versi Magnolia, il capolavoro di Paul Thomas Anderson. Qui come lì si intrecciano storie e linee narrative imbevute prevalentemente di solitudine e dolore. I personaggi sono tutti in bilico, sospesi tra la realtà che quasi tutti accettano passivamente come automi e la consapevolezza quasi fisiologica ad un certo punto delle loro esistenze di riscatto se non addirittura di vendetta. E Romanella padroneggia perfettamente tutte le storie come un navigato burattinaio, dando la giusta tensione a tutti i personaggi messi in scena con abile scrittura e la giusta dose di pathos fino all’incredibile colpo di scena del finale. Un romanzo visionario che spazia dal noir al pulp, arrivando persino al saggio filosofico e scientifico, mixando teorie quantistiche, cinema, musica, religione. Un romanzo sul senso stesso della vita, sull’illusione del potere, del denaro, sulla ribellione alle regole precostituite che fa interrogare e riflettere su quanto troppo spesso la nostra idea stessa di libero arbitrio altro non sia che una effimera e rassicurante illusione per mascherare la sconcertante realtà di essere solo veicoli preconfezionati di mode, marche, spot, muti soldatini ingabbiati nella rassicurante direzione che prende la massa, brandelli di merce e codici a barre in vendita a saldo al miglior offerente. Una favola per adulti, una matrioska di storie, di vite, di esistenze che non lascerà indifferenti. Un viaggio onirico, un caleidoscopio di esistenze vissute o sognate in cui specchiarsi e perdersi, a cui si potrà credere o meno, perché sta solo a noi alla fine della storia divorati dalla smaniosa ricerca della verità, decidere o illuderci di farlo, su cosa davvero considerare reale e cosa no.

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Goals, di Gianluca Vialli

Pubblicato: 5 giugno 2019 in Recensioni
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Goals

Goals
Autore: Gianluca Vialli
Genere: Saggio Sport
Editore: Mondadori, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

La “prima” al volante per Tazio Nuvolari è stata durante la Grande guerra. Qualcuno imprudentemente gli ha affidato la guida di un’ambulanza. Tutto fila liscio finché un giorno un generale che lo affianca gli ordina dall’indomani di portare i malati a mano per fare meno danni, chiosando col consiglio di lasciar perdere la guida, che non è roba per lui. Tazio per fortuna non solo non lascia perdere ma comincia a correre sul serio prima in moto poi in macchina a partire dal 1920. Quell’uomo, un fascio di nervi tesi, sembra essere davvero insensibile al dolore. Non si contano infatti gli incidenti e le fratture, che però non riusciranno mai a fermarlo. Come nel ’34, quando corre il gran premio di Germania quaranta giorni dopo essersi fratturato una gamba in più punti o come nel ’46, quando termina a Torino una gara con il volante in una mano e una chiave inglese al posto dello sterzo. Sarà lui stesso a confessare poi che tanto sprezzo della vita gli deriva dal dolore che lo divora dopo la perdita prematura dei suoi due figli… Maria Beatrice Vio, giovanissima schermitrice italiana, era seriamente decisa a farla finita al ritorno dall’ospedale dove le avevano amputato gambe e braccia per salvarla da una meningite fulminante. Ma la scherma che era la sua passione è riuscita a tirarla fuori da quel tunnel che appariva senza ritorno. E così alla faccia della sua malattia e di chi le aveva predetto che non avrebbe potuto più tirare Bebe Vio è diventata nell’ordine campionessa italiana, europea e mondiale nel 2016, trascinando e dando forza a tanti altri atleti e non che grazie al suo esempio oggi trovano nelle loro malattie non più un ostacolo insormontabile ma un’avversario ben definito contro cui lottare… Gianluca Vialli non ha certo bisogno di presentazioni. Campione indimenticabile degli anni ‘80 e‘90 ha deliziato i suoi sostenitori giocando e segnando nella Cremonese, nella Sampdoria, nella Juventus e infine nel Chelsea, dove ha chiuso la carriera allenando: ora è uno tra i volti più noti tra i commentatori sportivi Sky. Appassionato di sport, è proprio durante una partita a golf che sente un’improvvisa fitta alla gamba che lo mette KO. Il suo amico Buffon che in passato ha sofferto di mal di schiena gli consiglia un luminare nel settore il quale lo fa immediatamente operare per un’ernia. Ma la situazione anziché migliorare peggiora rapidamente fino alla sentenza shock: tumore al pancreas. Dopo il comprensibile sconforto Vialli decide che è giunto il momento di affrontare la malattia con la stessa determinazione e grinta con cui ha affrontato centinaia di battaglie sul terreno da gioco…
Novantotto storie, novantotto pillole di adrenalina pura e forza di volontà – più l’ultima, la più toccante, la sua –, capaci di sovvertire il pronostico iniziale, di ribaltare il risultato, di rivoltare il destino anche lì dove pareva ineluttabile, spesso sfidando l’impossibile o comunque sempre partendo dal risultato più sfavorevole. Novantanove storie di altrettanti sportivi che hanno saputo ciascuno a proprio modo e nella propria disciplina superare i limiti che la natura o qualche avversità improvvisamente gli ha parato davanti e andare finanche oltre se stessi, spesso contro tutto e tutti. Un compendio da prendere a dosi giornaliere, quasi fosse un’integratore multivitaminico, che l’ex campione bianconero ha saputo sempre tenendo a bada la facile retorica – soprattutto nel descrivere la propria scioccante malattia – raccontarci, infondendo la stessa dose di fiducia e carica motivazionale non soltanto nei confronti di quelle sfide spesso impossibili che questi supereroi improvvisamente caduti sulla terra si son trovati ad afrontare, ma anche e soprattutto nei confronti di tutte quelle semplici e apparentemente banali battaglie che attanagliano nel quotidiano tutti noi comuni mortali.


Per i buoni sentimenti rivolgetevi altrove
Autore: Roberto Carboni
Genere: Romanzo Noir
Editore: Fratelli Frilli, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Bologna. Interno giorno. Seduto in quel bar sotto il portico al riparo dal gelido vento che sferza la città, nonostante sia già passata più di mezz’ora, Lucio ci spera ancora. Continua imperterrito e impaziente a fissare smanioso l’entrata del locale in attesa di vederla varcare dalla misteriosa donna che ha incrociato per caso la settimana prima, mentre pranzava in quel localino del centro. Era stata lei, fasciata da quel paio di magnifici jeans e dal suo charme a chiedergli di sedersi al suo tavolo, chiacchierando poi con lui come fossero amici di vecchia data, fino a che nel locale non era piombato quell’uomo a trascinarla via, non prima però di averle permesso di lanciargli quel furtivo appuntamento. Ed ora eccolo lì, pronto per quel nuovo appuntamento col suo destino. Poi, quando sta già disperando ecco che finalmente la porta si spalanca e Lucio la vede, ma non fa in tempo a rallegrarsene che subito alle sue spalle rispunta il gorilla dell’altra volta, che la incalza con domande inquisitorie e modi bruschi. Lei dopo un po’ sembra riuscire a placarlo, poi approfittando di una sua breve assenza riesce ad avvicinare Lucio dicendogli che non le è stato possibile smarcarsi da suo marito, che lui la segue ovunque asfissiandola ma che se vuole si possono vedere finalmente in tranquillità nella sua casa di Cattolica. Poi, dopo aver ovviamente strappato il consenso di Lucio, viene trascinata fuori dal locale dal consorte. Poco dopo Lucio, basito ma inebriato da quell’ennesima avventura in fieri, mentre è alla guida del suo fidato furgone Broncospasmo viene però bruscamente riportato alla realtà dalla telefonata di quell’arpia di sua moglie. Già, Guendalina: la sua condanna a morte. Despota in casa come sul lavoro, l’ha prestissimo relegato a ruolo di schiavo nella ditta del padre. Ma lui pazientemente ha saputo sopportare e aspettare l’occasione buona. Dopo aver scoperto infatti la tresca dell’arpia addirittura con l’avvocato della ditta, Lucio è passato al contrattacco costruendosi una sua personale bolla d’aria all’interno della quale sopravvivere. Truccando e gonfiando le vendite e subappaltando praticamente il suo lavoro a due suoi rappresentanti, si è creato non solo un mini impero, un’azienda dentro l’azienda di fiori della moglie, ma soprattutto ha potuto ritagliarsi a piacimento tutto il tempo libero per le sue frequenti scappatelle. Così è anche questa volta, ma forse ora c’è addirittura qualcosa di più. Non resta che scoprirlo fiondandosi a quell’appuntamento…
Classe ‘68, tassista per diciassette anni e ora docente di scrittura a tempo pieno, Roberto Carboni dopo essere diventato – grazie a numerosi riconoscimenti e una decina di romanzi – una garanzia nel mondo del noir italiano, torna a riproporre in questa nuova veste questo suo vecchio romanzo a distanza di anni. Uno spietato affresco di ordinaria disumanità, un nerissimo teatrino di anime perse tra tradimenti, solitudini, ripicche, che provano senza riuscirci a far quadrare i conti della propria misera esistenza. Così il fioraio Lucio, uomo mite e oppresso da una consorte sanguisuga, prova a dar colore alla sua vita con qualche scappatella che gli ravvivi le giornate. Ma quando incontra la femme fatale però qualcosa va storto e un innocuo incontro galante si trasforma presto in un dramma esistenziale enormemente più grande di lui. Inizierà così un calvario on the road per la via Emilia, braccato, a bordo del suo scassato e fidato furgone Broncospasmo, alla ricerca della donna che lo ha inguaiato, seguendo piste improbabili, guai e disavventure che sembrano non mollarlo mai. L’unica consolazione gli affetti mai perduti e se stesso, da ritrovare in fondo a quella adrenalinica e spasmodica discesa agli inferi dove davvero di buoni sentimenti non sembra proprio esserci nemmeno l’ombra.

L’inferno è vuoto, di Giuliano Pesce

Pubblicato: 2 maggio 2019 in Recensioni
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L’inferno è vuoto
Autore: Giuliano Pesce
Genere: Romanzo
Editore: Marcos y Marcos, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Roma. Quella non è una domenica come tante. Il mondo intero è infatti incollato in totale commozione davanti alla tv per la lettura di un messaggio in mondovisione. Il Papa si è suicidato buttandosi dal balcone durante l’Angelus lasciando dietro di sé solo un laconico e misterioso bigliettino di commiato. Fabio, come l’intera popolazione mondiale, non crede ai propri occhi e alle proprie orecchie dinnanzi a quell’evento epocale dalle conseguenze inimmaginabili. Ma ora bando alle lacrime, deve pensare al Boss, il Grande Editore, il direttore della casa editrice dove da anni lavora come scribacchino, che vuole addirittura vederlo. Proprio lui, l’invisibile per eccellenza. Che finalmente sia stato notato e possa definitivamente abbandonare l’Ufficio vedove – ufficio che da anni occupa cercando di trarre il massimo profitto dalle vedove di scrittori improvvisamente scomparsi – e dedicarsi alla stesura del grande bestseller che da anni sogna di scrivere? Il Boss è imponente e ha il suo curriculum tra le mani. Vuole che Fabio scriva sì un libro per lui, ma un saggio d’inchiesta sul Papa, capace di svelare al mondo intero i reali motivi di quel gesto tanto folle quanto potenzialmente remunerativo per le sue casse. Fabio tentenna, non sa nulla del Pontefice, ma il Boss non ha tempo da perdere. Gli ha già prenotato un treno solo andata per Roma e ha già preso i suoi contatti per farlo accogliere in Vaticano con una perfetta copertura che gli garantirà di ficcare il naso in ogni dove carpendo più segreti possibile. Poi, senza attendere la sua risposta, in tutta fretta lo congeda… Alberto Gasman si sveglia al buio e quasi non riesce a muoversi. Il suo cervello prima o poi cederà, marcito sotto il peso di abusi alcolici e psichedelici. Ma è il suo lavoro che lo impone. Sballarsi e far sballare fa parte del tour che il temibilissimo Cobra gli commissiona. Si tratta di portare in giro per i locali di mezza Roma il vip di turno, assecondando ogni suo vizio e perversione. La sera precedente è stato il turno di Willy Carnaroli, il notissimo e rassicurante presentatore, idolo di nonne e mamme incancrenite e rincretinite di preserale davanti alla tv. Gasman nel frattempo è riuscito a sollevarsi su un fianco e ad aprire gli occhi nell’oscurità dell’Hype Club, l’ultima tappa della serata da sballo con Carnaroli. E quella sagoma che vede riversa a terra ancora con tre strisce di coca a portata di naso ha l’aria di essere proprio lui, il famosissimo presentatore Willy Carnaroli. Alberto ha un sobbalzo all’indietro e deve trattenere l’impulso di vomitare. L’uomo è morto, stecchito, e alle sue spalle c’è pure una ragazzina certamente minorenne seminuda e semi incosciente, persa in chissà quale delirio psichedelico…
Giuliano Pesce – a dispetto della giovanissima età – ha la scrittura, l’inventiva e la regia di un veterano. Il suo terzo spassosissimo romanzo è un portento fin dall’incipit. La morte per suicidio del Santo Padre, che si getta durante l’Angelus dal balcone di San Pietro, è difatti una geniale ouverture capace di spalancare immediatamente nella testa del lettore milioni di scenari e sottotrame possibili, stimolandone repentinamente l’immaginazione. E la Babele che Pesce ricostruisce in una Roma allo sbando non delude affatto le aspettative ma inchioda alle pagine il lettore impaziente di scoprire le vicissitudini dei numerosi personaggi che l’autore dirige con perfetto sincronismo ed equilibrio, in una sequenza formidabile di dialoghi dal ritmo mozzafiato. C’è l’imbranato impiegato fantozziano che sognava il bestseller ma viene invece scaraventato in Vaticano dal suo editore che fiuta immediatamente la portata economica dell’evento, il balordo Gasman tirapiedi del potentissimo e temutissimo Cobra burattinaio della Roma by night che come Caronte traghetta vip tra vizi e perdizioni ma si sveglia col cadavere di un noto presentatore tv tra i piedi, immediatamente affidato alle cure di Bara e Beccamorto, degni nei loro dialoghi esilaranti dei migliori Vincent Vega e Jules Winnfield, ma ci sono anche la nipote del prefetto che scompare, un commissario indemoniato, sosia di personaggi famosi e non e una misteriosa rossa che appare e scompare inebriando tutti col suo charme fino al febbrile e inaspettato botto finale. Un romanzo scoppiettante che sarebbe una perfetta ed esilarante black comedy cinematografica.


Odio la Juve
Autore: Davide Steccanella, Stefano Radice, Max Guareschi, Juri di Molfetta, Nicolò Rondinelli, Domenico Mungo, Enrico Astolfi, Duka, Angelo Petrella, Francesco Berlingieri, Andrea Ferreri, Marco De Rose, Giuseppe Ranieri, Bruno Barba
Genere: Saggio Sport
Editore: Meltemi, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Una cosa è certa. Se qualche estraneo al mondo pallonaro avesse deciso di farsi due passi alle 22:30 del 3 giugno 2017 in qualsiasi grande città, paesino o borgo italiano, avrebbe certamente udito volare dalle finestre aperte di palazzi, case e focolari domestici urla di giubilo incontenibili. Il motivo? La sconfitta della Juventus a Cardiff nell’ennesima finale persa dalla blasonata e odiata squadra bianconera. Già, odiata. Perché se c’è qualcosa che unisce l’Italia più di ogni altra cosa al mondo è l’odio verso la compagine guidata da oltre un secolo dalla dinastia Agnelli. Il motivo? Vittorie a raffica e un elenco infinito di episodi controversi e discutibili che a partire prevalentemente dagli anni ‘70 hanno caratterizzato quasi ogni vittoria tricolore dei bianconeri. Dal fallo di Morini al gol di Turone, dal gol/non gol di Agroppi al famoso rigore su Ronaldo fino ad arrivare al gol di Muntari. Dopo però la Juventus ha triturato record su record in campionato vincendo scudetti a raffica, e allora magari si instilla un dubbio persino tra gli anti-juventini più feroci. Che il vittimismo sia solo una mera e consolatoria soddisfazione per gli sconfitti?… Totonnu ‘u squalu lo conoscevano tutti a Cosenza, quando chiedendo l’elemosina su corso Mazzini era solito ripetere come un mantra quel suo: “’A juventus è morta!”. Era quella sua frase a rappresentare e incarnare l’antidoto contro i “padroni” di quel calcio “moderno” che sopratutto gli ultras di provincia, come quelli del Cosenza, costretti a combattere spesso su campacci di serie D o C, provano con orgoglio ancora oggi che Totonnu non c’è più, a perpetrare, resistendo fieramente a suon di passione, aggregazione e sano tifo vissuto come festa e non come mero business, proprio come Totonnu per tutta la vita ha provato a fare…
Esiste un credo capace di accomunare le più disparate e persino acerrime fedi nemiche in un unico dogma? A leggere le molteplici tesi snocciolate dai tredici autori riuniti in questo volume, non solo esiste ma germoglia e prolifera di sempre nuovi e agguerriti adepti. Parliamo ovviamente della fede anti juventina. Già, perché l’odio per la vecchia signora non conosce barriere, divisioni di razza, di quartiere, non guarda in faccia a secolari e storiche rivalità stracittadine, ma riunisce e aggrega tutti sotto la comune bandiera dell’ostilità a quegli odiosi e indefiniti colori bianco e neri. C’entrano le vittorie più che raddoppiate rispetto alle proprie squadre del cuore? Lo strapotere dei padroni della Fiat contro il succube proletariato? I torti sistematici a danno delle proprie compagini e sistematicamente perpetrati a favore dei bianconeri? L’incapacità persino di vincere con stile? L’idea che il tifoso juventino non sia territoriale essendo sparso in maniera omogenea in tutto lo stivale? C’entra ovviamente tutto e molto di più: anche perché alla fine ciò che conta non è tanto lo spiegarselo, l’odio, quanto viverlo a prescindere. Fortuna – da juventino – che in appendice l’intervento di Bruno Barba a cui è stato dato il diritto di replica e di difesa smonta e demolisce parecchi luoghi comuni che da sempre infestano non solo social e leggende metropolitane fra tifosi, ma anche in maniera ben più grave, persino giornali e tv nazionali. Alla fine insomma questo divertente e livoroso pamphlet, è da consigliare sia ai numerosissimi “contro”, che avranno modo così di riconoscersi e sguazzare nel loro orgoglio anti juventino, ma anche ai tifosi bianconeri ai quali è giusto concedere in fin dei conti l’ennesima vittoria, quella del puro godimento davanti a questa spassosa passerella di altrui avvelenamenti da asfissia di successi.

Kaiser, di Marco Patrone

Pubblicato: 7 marzo 2019 in Recensioni
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Kaiser
Autore: Marco Patrone
Genere: Romanzo
Editore: Arkadia, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Dosto fa il cronista sportivo in un giornale di provincia e quel nomignolo se lo porta appresso da quando un giorno davanti a un caffè con i colleghi si è cominciato a parlare, non sa nemmeno più lui come e perché, di pompini e Dostoevskij. E così, come per gli altri giornalisti Fraschetti è diventato il “Frasca” e Robertini il “Robbo”, è stato naturale che lui diventasse da quel momento in poi per tutti semplicemente il “Dosto”. Dosto, a dirla tutta non ha mai sfondato come avrebbe voluto o forse potuto, ma certo nella sua cerchia gode di un ottima reputazione e stima. E probabilmente se non fosse stato per quella storiaccia su un giovanissimo Riccardo Ferri che aveva stroncato la carriera a un sedicenne durante un’amichevole con un intervento da kamikaze, che lui aveva prontamente tirato fuori ma che l’Inter non aveva affatto gradito di fatto bruciandolo, adesso magari davvero sarebbe nella serie A del giornalismo che conta. Ma si sa, il giornalista è un po’ puttana e se non rischia uno scoop, la storia di nicchia, se non annusa l’episodio, il tic, il personaggio prima degli altri, beh allora è meglio che cambia mestiere. E così, con quel fiuto da segugio che nonostante tutto non ha mai perso, un giorno durante la battitura della cronaca di Giana-Pro Patria gli arriva una mail con quegli allegati pesanti tonnellate che bloccano tutto il sistema. Lì per lì il Dosto soffoca una bestemmia ma subito legge la didascalia del suo collega che gliel’ha girata e che parla di una storia incredibile, sulla quale ancora più incredibilmente pare nessun giornale sportivo o sito internet abbia ancora posato gli occhi. La storia del più grande truffatore calcistico di tutti i tempi, colui che per vent’anni è riuscito a calcare – calcare, senza giocare – i campi di mezzo mondo in prestigiose squadre, senza avere la benché minima idea di come si giochi a calcio. Questa insomma è la storia di Carlos Henrique Raposo, per tutti semplicemente il Kaiser…

Mito o verità, finzione o leggenda. La storia (vera/verosimile) di Carlos Henrique Raposo detto Kaiser è di quelle che avrebbero fatto brillare gli occhi a Gianni Brera o sarebbero finite di diritto tra i racconti di Soriano. Kaiser non era un brasiliano da favelas , di quelli cresciuti con la garra della fame e della disperazione a disegnargli dribbling e finte di corpo. No, ciò che più lo attraeva erano la vita comoda, i soldi, le belle donne. Questa era stata la molla che lo aveva spinto ‒ grazie ad amici compiacenti, un bel sorriso e un’incredibile faccia tosta ‒ ad architettare la più grossa bufala vivente di cui si abbia notizia nel mondo del calcio. La nomea del grande attaccante perseguitato da continui infortuni era diventata così via via sempre più credibile: e, incredibile a dirsi, dribblando allenatori sospettosi ma mai capaci di coglierlo in flagrante, dirigenti creduloni e presidenti ignari, il finto bomber era riuscito , udite udite, per un ventennio a strappare contratti in mezzo mondo, passando dal Brasile al Messico, dagli Usa alla Francia. E l’abilità di Patrone sta nel non limitarsi a raccontare il nudo fatto di cronaca, ma a romanzarlo creando di fatto una storia nella storia. Con divertente e divertito disincanto si scivola così tra le incredibili vicende del Kaiser e quelle del disincantato Dosto che ce le racconta, il tutto riflettendo sul semiserio dubbio amletico, attualissimo ancor più oggi al tempo dei social in cui imperversano bufale preconfezionate ad arte e fake news , di dove finisca l’invenzione e dove cominci la realtà e sulla nostra sempre più deficitaria e superficiale capacità di decifrarlo.


Nella perfida terra di Dio
Autore: Omar Di Monopoli
Genere: Romanzo
Editore: Adelphi, 2017
Articolo di: Raffaello Ferrante

Rocca Bardata. Dalla catapecchia diroccata e fatiscente sperduta tra le aride e desolate campagne pugliesi spuntano sotto la luce arancione del tramonto Gimmo e suo fratellino Michele. Gimmo imbraccia una doppietta da caccia. Osserva incuriosito il vecchio pick-up che avanza ballonzolando verso di loro trascinandosi appresso una nube di fumo e cattivi pensieri. Sono solo tre giorni che loro nonno mbà Nuzzo ha tirato le cuoia e loro due sono rimasti soli, affidati alle cure non proprio disinteressate di suor Caterina e della badessa Nacissa. E solo quando l’uomo scende dal Volkswagen e con gesto fulmineo disarma Gimmo dicendogli che da quel momento è bene se si convincono loro e tutti quanti che Tore Della Cucchiara è tornato a casa sua, che il ragazzino riconosce suo padre, scomparso anni addietro e sulla cui latitanza tanto in paese s’è chiacchierato. Lo stesso concetto l’uomo ha cura di ribadirlo a suor Caterina, venuta di buonora la mattina seguente per portare qualcosa da mangiare ai due ragazzini. Tore urla anche a lei di stare alla larga da quel momento in poi da quella proprietà e che non vuol più vedere nessuno, tanto meno lei e la sua superiora. La notizia in un lampo raggiunge neanche a dirlo anche Carmine detto Capumalata, il boss locale, il quale preoccupato si fionda dalla badessa Nacissa per comunicarle che è pronto a farlo fuori a quell’avanzo di galera, se solo crede di poter mettere le mani sul terreno di mbà Nuzzo. Ma la religiosa prontamente lo tranquillizza. Tutti in paese hanno visto l’impegno e la dedizione che le Sorelle del Martirio hanno profuso sia nei confronti del vecchio santone che dei suoi nipoti e che il vecchio Nuzzo l’aveva personalmente più volte rassicurata sul fatto che alla fine dei suoi giorni avrebbe lasciato tutto a lei… Se qualcuno mai nel passaggio alla prestigiosissima Adelphi avesse temuto di vedere Omar Di Monopoli smettere i camperos in favore dello smoking, può certamente dormire sonni tranquilli. Lo scrittore salentino infatti non solo non rinuncia affatto al suo marchio di fabbrica, quel “western pugliese” cifra stilistica riconoscibilissima e personalissima che lo contraddistingue e lo caratterizza rendendolo unico nel panorama del noir nostrano, ma se possibile rilancia e affina le sue armi. Quel misto di alto e basso, di dialetto impastato con una raffinatissima ricerca del suono, della musicalità, del termine appropriato, del neologismo che rende i suoi romanzi degli unicum, in quest’ultimo Nella perfida terra di Dio raggiunge vette da autore internazionale. Un western non solo più pugliese insomma, ma capace di trascendere i confini regionali e persino nazionali. Perché la sua Puglia immaginaria, che pure c’è ed è ben riconoscibile, diviene un non luogo valido per tutti i sud del mondo. La sua immaginaria Rocca Bardata, a sua volta personaggio devastato e arso come e più dei suoi degradati e dannati protagonisti, richiama ed evoca certe Americhe lontane ed immaginifiche lette o ammirate sul grande schermo. Tutto è ruggine e sabbia nel suo romanzo, a partire dall’incipit, dove vediamo comparire su un pick-up diroccato la figura di Tore, scomparso anni addietro e ripiombato in paese alla morte del suocero con l’intenzione di riappropriarsi della sua vita, del suo onore, di quelle verità che quella terra avvelenata e dimenticata da Dio ha nascosto e taciuto per troppo tempo. A fargli da contraltare in un alternarsi di flashback tra prima e dopo una selva di personaggi costruiti e diretti magistralmente da Di Monopoli, capaci di prenderti per le budella e trascinarti ognuno nel proprio personale inferno, un inferno in cui non c’è speranza alcuna, dove misticismo, superstizione, rabbia e violenza si impastano alla polvere, all’aridità aspra di una terra infestata e maledetta dove sembra impossibile ogni qualsivoglia idea di redenzione o perdono.


Piccole esistenze
Autore: Lorenzo Fusoni
Genere: Romanzo
Editore: Ianieri, 2018
Articolo di: Raffaello Ferrante

Horace Prynton ha trentacinque anni. Vive a Manhattan con sua moglie Hariel, donna di cui afferma essere ancora abbastanza innamorato e due figli ‒ a suo dire davvero notevoli ‒, Anne e Tommy, rispettivamente di sette e nove anni. Lavora come vicedirettore della prestigiosa rivista “The Rider”, per la quale si occupa di letteratura, teatro e cinema. Agli occhi di tutti dunque un’esistenza davvero felice e persino invidiabile. Eppure non è così. Perché c’è qualcosa che ossessiona Horace e non gli permette di godere appieno la sua vita. Ed è quel reticolo che lega le apparenti piccole, insignificanti e distaccate altrui esistenze con la sua. Un fil rouge invisibile ai più ma che lui non può fare a meno invece di cogliere e rivivere attraverso il ricordo. Sono immagini estemporanee che riaffiorano dalla parte più recondita della sua memoria e si sovrappongono al presente. Rappresentazioni inspiegabili eppur tremendamente familiari che gli si affacciano prepotenti dall’inconscio. Su tutte, una. Quella di Amaelia, il cui viso angelico è scolpito nella sua mente fin dall’infanzia, ma che altrettanto coscientemente è sicuro di non aver mai conosciuto in vita sua. Tutto è cominciato guardando una foto durante una ricerca lavorativa in un archivio. Horace si è imbattuto in un’istantanea di due ragazzi con sullo sfondo un paesaggio bucolico. È stato un attimo, poi l’improvvisa e irresistibile sensazione di familiarità si è palesata tanto forte quanto inaspettata e l’ha definitivamente rapito, facendolo piombare nella primavera del 1940, a Namur, dove un diciassettenne, Heinrich Scoeltze, arruolatosi volontario nell’esercito, prende parte all’invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche. E nel rastrellamento delle abitazioni dei civili in cerca di armi, finisce per imbattersi nella fattoria di una ragazza impaurita, una certa Amaelia…
Opera terza per il giovane scrittore e regista spezzino Lorenzo Fusoni, che con questo potente e onirico romanzo è riuscito a mettere in scena una straordinaria rappresentazione di ciò che comunemente viene definito “reale”, ma a ben guardare è solo un’infinitesimale parte di un oscuro e invisibile groviglio di fili ai quali le nostre e le altrui esistenze inevitabilmente e nostro malgrado si intrecciano in un caleidoscopico e imperscrutabile gioco di specchi. Richiamando alla memoria l’immaginifico Abre los ojos , ‒ fu Vanilla sky – di Amenábar per la sua capacità di intrecciare appunto realtà e sogno, verità e ricordo, oggettività e verosimiglianza, fondendo sapientemente filosofia, fisica quantistica, psicologia e paranormale, Fusoni è riuscito con abilità a scandagliare gli inaccessibili abissi della mente umana, mostrandoci l’immagine di quella miriade di schegge scomposte ognuna riflettente pezzi di esistenza presente, passata o futura del protagonista e la sua lenta, dolorosa e liberatoria messa a fuoco fino alla ricomposizione finale. Un puzzle che attraverso una scrittura solida, lineare e coinvolgente ci fa riflettere sul senso stesso della vita, sull’amore, sull’immanenza o la trascendenza di esso, sul mistero e fascino di ciò che la nostra mente considera veritiero e su quanto puerile sia soffermarsi troppo spesso sul particolare tralasciando il quadro d’insieme delle nostre e altrui troppo piccole ed effimere esistenze.

ORECCHIETTE CHRISTMAS STORI 2.0

Pubblicato: 18 febbraio 2019 in Ho pubblicato
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Orecchiette christmas stori

E così, dopo sei anni di disonorata carriera, da oggi Orecchiette Christmas Stori e i suoi protagonisti malamente tornano svincolati nelle mie mani e lasciano la Round midnight edizioni e O’ President  Domenico Cosentino a cui va tutto il loro ed il mio sentito ringraziamento per averli ospitati, sopportati e supportati in questo quasi decennale matrimonio. A loro futura memoria resteranno come una minaccia le effigi sulle panchine del lungomare barese dove tra un taratuffo e un chitemmurto locali e turisti potranno continuare a bearsi del panorama in compagnia di Lomunno e U’ Mazz. Ma siccome vi vedo già disperati, per non lasciarvi orfani in lacrime e in crisi d’astinenza, sappiate che le Orecchiette proseguono per ora su IL MIO LIBRO, in attesa che Einaudi e Mondadori se le contendano a colpi di aste milionarie e buffittoni.